Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

La manovra è del popolo, i debiti pure

Giovedì, 11 Ottobre 2018

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Gedi

Qualche anno fa circolava una famosa domanda attribuita a Henry Kissinger: «Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?». Oggi un plenipotenziario di qualsiasi parte del mondo potrebbe porsi la stessa domanda parlando di noi: «Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Italia?». Con Conte, che ha promesso all’Europa un atteggiamento dialogante smentito nella notte del Def dalla sfida del 2,4%? Con uno dei suoi vice, che però dicono cose diverse tra loro? O con Tria, che sarebbe il titolare dell’Economia, costretto a difendere scelte non sue e smentito a stretto giro di tweet persino su una cosa ‘tecnica’, come la previsione degli effetti di gettito della cosiddetta “flat tax”?

In attesa del decreto fiscale di lunedì, nel quale – promette Salvini – saranno scritti “i numeri che non mentono”, bisogna stare a quel che è già successo e quel che è già scritto. La prima cosa che è successa è la fissazione dell’obiettivo del 2,4% del rapporto tra deficit e Pil per l’anno prossimo: previsione basata sulla scelta di finanziare le novità di politica economica ricorrendo al debito, ma anche su una stima dell’aumento del Pil. Se questa stima è sbagliata, il numeretto finale non sarà 2,4% ma sarà più alto: è questo il motivo per cui l’Ufficio Parlamentare di Bilancio non ha messo il suo bollino sulla manovra. Non lo si può liquidare come se avesse espresso una semplice opinione, magari partigiana, e fare spallucce. La seconda cosa che è successa è l’aumento del costo del debito pubblico: sui mercati finanziari è salito lo spread, e alle aste per il collocamento dei titoli pubblici italiani sono saliti i loro rendimenti, cioè quello che lo Stato deve pagare per finanziarsi. Anche qui la reazione è in modalità “spallucce”: che ce ne importa dei mercati, noi rispondiamo al popolo, dicono i due capi di partito e vicepresidenti del consiglio.

Il che è giusto, sacrosanto e anche ovvio, in democrazia. Ma se non si vuole dipendere dai mercati, perché fare una manovra da 36,7 miliardi che si basa per la sua quasi totalità sul finanziamento dei mercati? Qui serpeggia una tentazione, che sta diventando credenza popolare e che forse si tradurrà in un’invenzione finanziaria ad hoc: l’idea che se il debito italiano fosse tutto in mani italiane, non ci sarebbe alcun problema. Dimenticando che le frontiere sono (ancora) aperte, e che in anni non lontani quando il debito era tutto italiano il Tesoro doveva corrispondere tassi elevatissimi per mantenerlo, in un circolo vizioso che ha alimentato la spesa per interessi e ci ha portato ai livelli attuali di debito. L’Europa ha molte colpe, non ultima quella di non avere ancora un numero di telefono unico – un governo federale. Quell’utopia è adesso più lontana che mai, e ovunque si coltiva quella che Bauman chiama retrotopia: l’idea che tornando al passato tutto andrà meglio. Anche quando quel passato esalta i peggiori vizi nazionali, tra i quali il comandamento apocrifo “facci fare a noi i nostri debiti”. Senza mai dire chi li pagherà.

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