Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

La parola d'ordine? Su i salari!

Domenica, 21 Dicembre 2014

Altolà, cambio parola d’ordine. Il nemico pubblico numero 1 non è più l’inflazione, ma la deflazione. E il nemico n. 2 – sorpresa sorpresa – sono i salari troppo bassi. Non lo dicono i think tank progressisti o un manipolo di arrabbiati. Ma il governatore della Banca centrale europea (che insieme alla maggioranza dei suoi colleghi, esclusa la Bundesbank e le sue filiali non tedesche, pensa che il calo dei prezzi sia il pericolo del momento), un buon numero di pensatoi istituzionali che hanno abbandonato il vecchio Washington Consensus, il Financial Times (“la debolezza dei salari è uno dei principali problemi del mondo post crisi”) e via discorrendo. I numeri li ha dati l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo): nel 2013 la crescita dei salari reali nel mondo è stata del 2 per cento. Ma, se escludiamo la Cina, è stata solo dell’1,1 per cento. E se cancelliamo tutte le economie emergenti, e guardiamo solo le economie sviluppate, è stata quasi piatta: 0,2 per cento.

C’è una buona notizia in questo racconto: nelle economie emergenti i salari stanno crescendo (più 5,9 per cento nel 2013). Fine delle buone notizie. Perché la differenza salariale, tra “noi” e “loro”, è ancora di tre a uno. Perché il ritmo di aumento dei salari di Cina, India & co. è ancora troppo lento. E soprattutto perché, qui da noi, le cose non funzionano affatto. Per l’Italia e altri paesi, si potrebbe incolpare la crescita che non arriva: siamo tecnicamente in recessione, va all’indietro la produzione e trascina i salari, si potrebbe arguire. Senonché, i numeri dei paesi dove l’economia è ripartita, sia pure tiepidamente, raccontano un’altra storia: salari in picchiata anche negli Stati Uniti, anche in Gran Bretagna, e stanziali in Germania. Quando sono usciti i dati dell’Ilo, qualcuno nella stampa inglese ha titolato con allarme: stiamo peggio degli italiani (un po’ come quando qui si diceva: “non facciamo come la Grecia…”). In molti hanno notato che questa stagnazione dei salari va insieme alla ripresa dei profitti, dunque la questione è semplice: la ripresa, quando c’è, non va in tasca ai lavoratori. Non è più una questione di congiuntura, il fatto è che sono ripartiti quei lavori a basso reddito, spessissimo part time, dequalificati; mentre l’aumento della produttività, i grandi profitti, si concentrano in poche isole della produzione, ad alta tecnologia e alto ritorno. Le stesse forze che erano al lavoro prima della crisi – la globalizzazione, l’innovazione tecnologica mangia-lavoro, il declino del potere dei sindacati – hanno ripreso a macinare terreno.

Il problema è che non funziona. Se chi recupera il lavoro guadagna così poco da potersi a stento mantenere, non compra; la domanda non riparte; le diseguaglianze si accentuano; i bisogni sociali crescono; e la ripresa è fragilissima. Non è un caso se una delle voci dell’agenda politica 2014 è stata, per Obama come per il parlamento tedesco, il salario minimo. Come introdurlo, come aumentarlo, come difenderlo. E dai noi? Mentre tutta la discussione verteva su come, se e quando poter licenziare (flessibilità in uscita) e assumere (flessibilità in entrata) della paga si è parlato poco, pochissimo. Il jobs act introduce, in via sperimentale, il salario minimo, nei settori dove non c’è contratto nazionale. Ma anche dove il contratto nazionale c’è, ne restano fuori molti lavoratori non coperti: i collaboratori, le partite Iva camuffate e quelle vere, i “non standard”. E se tutti i salari sono andati verso il basso (fatto pari a 100 il 2007, nel 2013 siamo a 94,3), quelli dei lavoratori flessibili sono andati più in basso. Per via contrattuale o per via legislativa, la lotta alle paghe troppo misere in Italia passa soprattutto per questa strettoia: il salario dell’atipico. 

Pubblicato sul numero 13/19 dicembre di Pagina99we

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