Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

La partita vera dell'economia comincia dopo il voto

Domenica, 04 Dicembre 2016

Articolo scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Lunedì mattina, a risultato elettorale ormai acquisito, il primo test verrà dall’apertura dei mercati. Ma il secondo, ben più importante della prevedibile giostra degli indici, verrà dalla riunione dell’eurogruppo, nella quale tutti gli occhi saranno puntati sul ministro dell’economia Piercarlo Padoan. La riunione, convocata da tempo – e appositamente rinviata al dopo-voto – è dedicata al giudizio della manovra economica italiana, sulla quale gravano molti sospetti e preoccupazioni, tutti sospesi per la volontà delle istituzioni europee di non influenzare più di tanto il voto italiano. Ciononostante, l’Europa e il giudizio dei mercati sono stati il convitato di pietra di tutta la campagna elettorale, e saranno attori decisivi anche del dopo referendum. Quando i nodi verranno al pettine e, ancora una volta, avranno tre titoli fondamentali: debito, banche e crescita.

I mercati. L’ultima settimana prima del voto è stata caratterizzata da un moderato rialzo nell’indice Ftse alla borsa di Milano. Quanto al famoso spread, il differenziale tra i Btp italiani e i Bund tedeschi, questo aveva aperto la settimana a 184 e l’ha chiusa a 163. Di per sé, non vuol dire molto: è successo anche a Londra prima del voto sulla Brexit, gli operatori con varie strategie si preparano a vendere o comprare. Più rilevanti i segnali di inquietudine sui titoli bancari, in particolare sul Monte dei Paschi. Prevedere scenari apocalittici o trionfanti sui mercati in base alla vittoria dei No o dei Sì è in gran parte un’operazione strumentale, e in campagna elettorale ciascuno ha potuto portare acqua al suo mulino: i mercati preferiscono la stabilità ma scommettono sull’instabilità, dunque è possibile che un indebolimento del governo in caso di vittoria dei No faccia ballare le quotazioni per qualche giorno, ma che questo possa preludere a scenari di crollo è un’ipotesi smentita, di recente, da quel che è successo sui mercati inglese e statunitense dopo la vittoria della Brexit e di Trump. Montagne russe all’inizio, e poi business as usual. Nel nostro caso, una vittoria dei No potrebbe portare a una speculazione contro l’Italia per via delle possibili dimissioni di Renzi e dell’instabilità del quadro politico, ma potrebbe anche piacere a quella parte del mondo finanziario che “tifa” per un governo tecnico, meno vincolato dalle necessità della ricerca quotidiana del consenso elettorale. E su questo punto, in ogni caso la fine di una campagna elettorale lunghissima, giocata anche con provvedimenti di un certo impatto sulla finanza pubblica, potrà avere un effetto positivo.

I fondamentali. Più che le oscillazioni del giorno dopo, conterà il giudizio su quel che potrà succedere ai tre titoli prima citati – debito, banche e crescita. Nell’ultima settimana, il difficile compito del ministro Padoan è stato agevolato dagli ultimi dati Istat, che ritoccando leggermente al rialzo le previsioni di crescita hanno permesso di stabilizzare quelle sul peso del debito: che quest’anno si attesterà al 132,8% del Pil (era al 132,3 l’anno scorso) e nel 2017 dovrebbe scendere al 132,6. Come si vede, si tratta di oscillazioni minime, che non intaccano le mole del debito, segnalano che la crescita italiana è ancora troppo asfittica e dunque non riducono la vulnerabilità dell’Italia di fronte a un potenziale cambiamento della politica accomodante del denaro da parte della Bce. Preoccupano anche i conti di alcune banche e le incertezze finora evidenziate nel loro risanamento: l’operazione di ricapitalizzazione del Monte dei Paschi arranca, e la recente bocciatura del Consiglio di Stato alla riforma delle banche popolari si rivelerà presto essere un’altra tegola, su alcuni istituti non proprio floridi. Di per sé la riforma costituzionale non incide su alcuno di questi temi. Ma secondo il governo una vittoria del Sì, rafforzando l’esecutivo, potrà dargli più armi per affrontarli; mentre secondo altri lo scontro è solo rinviato, e alla fine tutto dipenderà non dalle decisioni di Roma ma da quelle di Bruxelles.

I populisti. L’Europa guarda al voto italiano anche e soprattutto per un altro aspetto: continuerà a crescere la marea anti-establishment, che ha mietuto vittime eccellenti da Londra a Washington a Parigi, o da Roma arriverà un primo segnale contrario? Ma anche su questo punto i dilemmi e le contraddizioni non mancano. Il ministro delle finanze tedesco Schauble, che ha apertamente appoggiato una vittoria di Renzi attraverso il Sì al referendum, non ha dato una gran mano al governo italiano in tutte le sedi di discussione sull’austerità economica. Parte dell’opinione finanziaria internazionale vagheggia, in caso di vittoria dei No, un governo tecnico che però non farebbe che portare ancora più argomenti al fronte dei “populisti”. Mentre l’autorevole Economist, nell’ultimo numero, si chiede se un Sì al referendum, pur essendo nell’immediato una vittoria di Renzi, non finirebbe per aumentare le chance di andare al potere “di un movimento populista guidato da un ex comico euroscettico”.

 

Aggiungi un commento