Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

La piaga del lavoro precario non guarirà col decreto Dignità di Luigi Di Maio. Ecco perché

Martedì, 24 Luglio 2018

Un fiume. Un flusso d’acqua impetuoso, che corre preme e si incanala in tanti rivoli. E quando ne trova uno bloccato, in un attimo va a riempirne un altro. L’immagine è bella e bucolica. Ma la sostanza non lo è, se con la metafora del fiume ci si riferisce al lavoro che le imprese cercano e vogliono dare: flessibile e temporaneo, breve e imprevedibile come il futuro. Alla piaga del lavoro precario, contro la quale la parte pentastellata del governo ha stampato nero su bianco sul frontespizio di un decreto la parola “dignità”, e ha dettato le nuove regole, più rigide, del contratto di lavoro dipendente a tempo determinato. Ma chiuso uno sbocco, la corrente prevalente del fiume rischia di andarsene in altri, altrettanto precari, com’è successo nel passato recente, e spesso: almeno sei volte in cinque anni, riepiloga Bruno Anastasia, dell’osservatorio di Veneto Lavoro e grande esperto di numeri dell’occupazione. È lui che ricorre all’immagine del fiume in piena per raccontare cosa sta succedendo al lavoro nell’Italia del dopo-crisi. Se guardiamo al fiume, e non ai suoi rivoli - che si chiamano a termine, a chiamata, interinali, voucher, intermittenti, e via via tutte le forme che il diritto del lavoro ha dato alla grande onda - possiamo allontanarci dai duelli di giornata sui numeri del decreto e della sua relazione, per rispondere a una domanda di fondo: il lavoro breve è la nuova normalità della produzione di merci e servizi? E nella corsa del fiume, vince la legge o l’economia?

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