Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

La povertà e le risorse disperse

Mercoledì, 01 Marzo 2017

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Se i robot lavorano per noi, non è necessariamente un male: possiamo redistribuirci la ricchezza che producono assegnandoci un minimo vitale uguale per tutti. È questa la filosofia alla base del reddito di cittadinanza versione californiana: i visionari della Silicon Valley, abituati a pensare in grande, non hanno timore a misurarsi con un’utopia antica, che comincia nel Settecento, agli albori della prima Rivoluzione industriale. La proposta nel Novecento ha attraversato destra e sinistra, con accesi fautori e grandi avversari in tutti e due i campi, contrapponendo i sostenitori del diritto al lavoro a quelli del diritto al reddito. Adesso che non abbiamo né l’uno né l’altro, piomba sul nostro welfare incerto, anche in virtù della breve gita di Renzi nella Silicon Valley.

Occasione per avanzare una sua proposta - il “lavoro di cittadinanza” - e tirare fuori dal cassetto altri progetti giacenti, da quello del Movimento Cinque Stelle al reddito di inclusione sociale. I costi di queste proposte variano da 1,5 a 24 miliardi l’anno. Ha senso mettersi a discutere di tutto ciò, mentre stentiamo a far quadrare i conti del 2017?

Ha senso, se la parte più evoluta del mondo si sta interrogando proprio su questo, e se anche i Paesi con una crescita molto più robusta della nostra non riescono a creare tanti e buoni posti di lavoro.

Anche restando con i piedi per terra, è meglio guardare al futuro che al passato. Ma è bene chiarire subito cosa vogliono dire le varie formule. La versione “pura” del reddito di cittadinanza prevede che un trasferimento di denaro universale e incondizionato agli individui, per il solo fatto di esistere; i suoi costi sono comunque ingenti: tutto il sistema delle spese e delle entrate sarebbe da rimodulare. Ma nessuno in Italia propone questa versione: neanche il M5S, che chiama “reddito di cittadinanza” la sua proposta che però prevede un sostegno limitato ai più poveri: un assegno che parte da 780 euro al mese per i singoli, e cresce al crescere della famiglia, a condizione che siano sotto la linea della povertà.

Secondo l’Istat, questa misura aiuterebbe circa 2 milioni e 800mila famiglie, e costerebbe attorno ai 15 miliardi l’anno. Sarebbe sui 23 miliardi invece il costo del reddito minimo garantito che propone Sel, misurandolo sull’individuo e non sulla famiglia. Un costo minore, “solo” di 7 miliardi l’anno, è quello del Reis, il reddito di inclusione sociale proposto dall’Alleanza contro la povertà; e si ispira a questo, ma con una copertura più bassa e una spesa di 1,5 miliardi l’anno, lo strumento previsto nella legge delega sulla povertà. In tutti questi casi per poter avere il sostegno si deve dimostrare di averne bisogno e di essere disponibili a lavorare, o fare formazione. Con il suo “lavoro di cittadinanza” Renzi propone qualcosa di simile, solo che mette l’enfasi sulla disponibilità a lavorare, evidentemente temendo comportamenti opportunistici, di chi prende il sussidio solo per oziare.

Dunque assistiamo a un apparente scontro tra proposte molto simili. Guardando al futuro e alle sperimentazioni che si stanno facendo sul reddito di cittadinanza in California come in Finlandia, il nostro sembra un dibattito un po’ arretrato: dà per scontato che il lavoro ci sia, basta dare alle persone un aiuto a trovarlo. E può ricordare vecchi istituti, poco gloriosi, come i “lavori socialmente utili” degli anni ’80; o nuove realtà, come quell’inferno di burocrazia ben descritto da Ken Loach nel suo film Io, Daniel Blake: costoso, inutile e crudele. Ciononostante, è bene che se ne parli, e anche che si faccia qualcosa subito.

Siamo l’unico grande Paese europeo a non avere una misura di sostegno monetario universale per i più poveri, e disperdiamo le risorse in mille rivoli di assistenza, spesso clientelari e inefficaci. Non sarà il reddito di cittadinanza “puro” e ideale, ma partire da chi è più in basso ed è stato dimenticato dalla politica (e anche dagli 80 euro renziani) è sicuramente un buon inizio.

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