Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

La resa dei conti (pubblici) e l’alleanza sulla graticola

Venerdì, 19 Ottobre 2018

Articolo pubblicato dai quotidiani locali del gruppo Gedi

Che i due soci dell’alleanza di governo avrebbero avuto qualche problema di convivenza, era prevedibile. Lega e Cinque Stelle non sono nati per governare insieme. L’uno è il più vecchio partito tra quelli presenti in parlamento, l’altro il più nuovo. Il primo è nato al Nord sull’onda della rivolta fiscale e resta lì radicato, anche se è in crescita in tutt’Italia, il secondo è nato da un “vaffa” in tutt’Italia ma nell’ultimo voto è letteralmente esploso al Sud. Si sono presentati alle elezioni l’un contro l’altro, ci hanno messo due mesi per allearsi. Il cemento ideologico è il sentimento anti-establishment e anti-Europa; la calce che concretamente li ha uniti è stata la presa del potere. Ma si poteva prevedere che all’atto più importante e cruciale del governo, la decisione sul bilancio dello Stato, le contraddizioni sarebbero esplose. Quel che non si poteva prevedere era il modo: un mix tra il teatrino più trito della vecchia politica italiana, il neolinguaggio della politica senza più freni istituzionali (che ha modello mondiale in Trump e i suoi tweet), la commedia degli equivoci con le sue gag e la difesa del territorio con le sue gang.

Tutto questo mix è andato in onda ieri, mentre il commissario europeo Pierre Moscovici si aggirava per Roma, per consegnare al ministro dell’economia la lettera con la quale la Ue boccia senza appello la manovra italiana e il premio di rischio dei titoli pubblici italiani toccava un nuovo record. Ma non è a questi fatti che guardavano i due protagonisti, quanto piuttosto all’imminente festa nazionale del M5S, sabato e domenica a Roma, dove Di Maio non può presentarsi come co-autore di un condono che lava anche i soldi sporchi di mafia; e alle elezioni in Trentino di domenica, dove Salvini spera di far cadere un’altra roccaforte. Forse si troverà un escamotage in extremis per lucidare la scena a tutti e due: un funzionario a cui dare la colpa, i soliti “equivoci” da chiarire, un tecnico da sacrificare. Senza curarsi della figuraccia senza precedenti di chi approva un testo senza averlo letto o scrive un resoconto bugiardo.

Resta la sostanza: una manovra economica che non abbassa la pressione fiscale su chi paga le tasse, ma regala una sanatoria a chi non le ha pagate; e aumenta il deficit italiano in quantità e modalità giudicate non sostenibili dall’Europa e – soprattutto – dai mercati. La spesa che lo Stato italiano (cioè tutti noi) deve sostenere per pagare gli interessi è già salita di 3 miliardi per il 2018 e salirà di altri 4 l’anno prossimo, lo dicono le stesse tabelle del Mef aggiornate a qualche giorno fa, prima dell’ultima fiammata che peggiora la situazione. È questa la tempesta economica a cui guardare, arrivata anche prima di quella politica e internazionale che aprirà la procedura d’infrazione di Bruxelles. Forse i duellanti non se ne rendono conto, non vedono il fatto che la loro manovra si sta già sgretolando con i soldi che fuggono dall’Italia. Oppure lo sanno benissimo e galvanizzano le truppe in vista della nuova drammatica fase.

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