Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

La ripresa senza i giovani

Giovedì, 03 Settembre 2015

Commento pubblicato il 2 settembre sul quotidiani locali del gruppo L'Espresso

A guardare i numeri del lavoro, la ripresa pare avere i capelli grigi. Un bel paradosso per il giovane Renzi, che comunque non ha esitato ad aggiudicarsi il merito dei dati diffusi ieri dall’Istat, che ha rivisto leggermente al rialzo le stime del prodotto interno lordo per la prima metà dell’anno, avvicinando ormai a portata di mano l’obiettivo del governo (più 0,7 per quest’anno: siamo già a più 0,6, basta un piccolo sforzo) e al contempo ha dato i numeri del lavoro di luglio e del secondo trimestre 2015, certificando un aumento dell’occupazione tutto concentrato sulla fascia d’età che va dai 50 anni in su.  Ma al di là della polemica politica, cosa ci dicono i numeri dell’economia? La ripresa, c’è o non c’è? E, se c’è, chi ne sta godendo?

La risposta alla prima domanda è in un decimale. Più 0,3 per cento è l’aumento della produzione certificato nel secondo trimestre del 2015, cioè 0,1 punti in più rispetto a quanto lo stesso Istat ci aveva detto nelle sue stime preliminari. Siamo sempre nell’ordine di grandezza di un prefisso telefonico, ma è un prefisso più alto di quel che si pensava. E’ meno di quel che fanno gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania (rispettivamente, più 0,6, più 0,7 e più 0,4), ma più della crescita zero della Francia attuale. Insomma, una ripresa piccola ma costante, finora. Ma quel che preoccupa è la sua composizione, dunque la sua qualità: le esportazioni salgono meno delle importazioni, vale a dire che la gente in Italia spende un po’ di più ma rivolgendosi soprattutto a prodotti che vengono dall’estero. Normale, in tempi di globalizzazione; ma questo vuol dire che quel piccolo aumento di Pil beneficia solo per metà il lavoro italiano. Quanto ai settori: crescono agricoltura e servizi, resta ferma l’industria. Inoltre – dato ancora più preoccupante – gli investimenti, che hanno avuto un crollo in tutti gli anni della crisi, non risalgono, anzi registrano un meno 0,3% nel secondo trimestre. Questo vuol dire che le imprese non credono tanto nel futuro, e dunque non investono. E non suppliscono gli investimenti pubblici, fermi in virtù dell’austerità e dei vincoli di bilancio.

Dunque, se i numeri del Pil fanno gioire Padoan, che vede confermate le previsioni del suo ministero, la loro composizione dovrebbe però preoccuparlo: se non ripartono gli investimenti, come si reggerà la ripresa italiana? E soprattutto: se le imprese non mettono mano al portafoglio, perché non hanno fiducia o non hanno credito, non sarebbe il caso che il governo desse una spinta, in modo selettivo e mirato, con investimenti utili?

Passando ai numeri del lavoro e alla seconda domanda: i dati segnalano che la piccola ripresa dell’economia ha avuto un effetto anche sull’occupazione.  Le percentuali sono sempre da prefisso telefonico, ma guardando i numeri assoluti – che indicano persone in carne e ossa – vediamo che dal luglio del 2014 a quello del 2015 abbiamo 253mila occupati in più, 217mila disoccupati in meno, e 99mila persone inattive in più (vale a dire, persone che hanno smesso di cercare lavoro). C’è più gente al lavoro, ma non tanta quanta ne servirebbe per voltare davvero pagina. Non solo: il lavoro in più è tutto concentrato, ci dicono i dati del trimestre, sugli ultracinquantenni. Infatti il tasso di occupazione scende del 2,2% per le persone tra i 15 e i 34 anni, dell’1,1% tra i 35 e i 49, mentre sale del 5,8 per gli ultracinquantenni. E’ l’effetto delle riforme che hanno alzato l’età della pensione, avverte l’Istat.  Insomma, più che il jobs act ha pesato, sul mercato del lavoro, la vituperata legge Fornero. E se aiutano i conti previdenziali, gli “anziani” stanno tenendo fuori dal lavoro, in presenza di una ripresa così timida, i più giovani. Più evidenti gli effetti del jobs act – e soprattutto della decontribuzione – sulla composizione dell’occupazione: meno  collaborazioni e più lavoro dipendente, sia a tempo determinato che indeterminato. Mentre si registra, ancora una volta, una forte crescita del part time involontario: persone assunte per lavorare a mezzo tempo, mentre vorrebbero un lavoro intero, e soprattutto un intero stipendio.

 

Aggiungi un commento