Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

La sfida aperta agli euroguardiani porterà tempesta

Venerdì, 28 Settembre 2018

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Gedi

Due partiti divisi su tutto ma uniti nella lotta al loro ministro più importante. Un ministro dell’Economia costretto a presentare una manovra economica non sua. Un primo ministro ridotto a fare il mediatore tra Lega-M5S e Tria, fino a diventare banditore all’asta delle percentuali di deficit che segneranno la prima manovra economica del “governo del cambiamento”. Il tanto atteso giorno del Def apre di fatto la campagna elettorale per le Europee dei due partiti di governo e una partita nuova tra Roma e Bruxelles. Sapere cosa ne verrà nelle tasche degli italiani sarà possibile solo quando arriveranno tutti i dettagli del quadro. Ma la direzione fin d’ora è certa: le scommesse elettorali si cominceranno a pagare solamente facendo debiti, le uniche risorse fresche arriveranno da un condono che, come è già successo nel passato, scaverà un solco tra i furbi premiati e gli innocenti tartassati.

La linea del Piave tracciata da Tria – una percentuale di rapporto deficit/Pil più alta del previsto, ma più bassa della soglia oltrepassata la quale si va ad aumentare anche il rapporto debito/Pil – è stata sfondata dalla doppia testuggine gialloverde. È chiara la scelta politica di Di Maio e Salvini: non si sa quanto durerà questo governo, bisogna portare all’incasso subito la propria forza politica, che è nei numeri in parlamento. È l’esito delle elezioni: anche se, va ricordato, gli elettori italiani non hanno votato per la loro alleanza, né su un programma esplicito di aumento del deficit pubblico. La forza di Tria è – era - in altri numeri, quelli dei conti, e anche nell’essere garante del dialogo con Bruxelles, del favore del Quirinale e della Bce. I poteri forti, dicono i pentaleghisti; che tornano sul terreno sul quale giocano meglio e hanno vinto le elezioni, la lotta all’establishment, senza porsi però il problema della gestione di una tempesta che potrebbe scatenarsi sui mercati ai quali giorno dopo giorno si dovrà continuare a chiedere soldi in prestito. In poche ore un aumento dei tassi potrebbe mangiarsi tutta la maggior spesa prevista dal Def, rendendo più caro il costo degli interessi – per non parlare di quel che succederà dal 31 dicembre, quando finirà lo scudo di Draghi. Sparisce del tutto in questa partita il merito della questione, cioè l’uso del deficit, che sia dell’1,6 o del 2,1 o del 2,4%: finanziare con i debiti spese non produttive non può che peggiorare la situazione per il futuro, a prescindere da quel che dirà o non dirà Bruxelles.

E qui si arriva a un altro fronte, che è quello della politica europea e del suo dilemma: che fare con i populisti italiani? Per un po’ si è pensato che Salvini e Di Maio potessero godere di una nuova prudenza di Bruxelles, alle prese con lo spettro degli anti-Europa nelle prossime elezioni. Senza ammetterlo, la Commissione Ue avrebbe potuto concedere ai suoi nemici quel che non ha concesso ai suoi amici, facendo slalom tra le 200 pagine che regolano le sanzioni per chi viola il Patto di stabilità e crescita. Ma un deficit al 2,4%, agli occhi degli euroguardiani, è una sfida aperta. Il cammino del Def è appena iniziato.

 

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