Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

L'Europa nel Peloponneso

Domenica, 02 Maggio 2010

Anche i piccoli stati, come le piccole imprese, possono fallire? Anche per le democrazie e per gli stati sovrani vale la regola non scritta del potere economico, per cui se sei un piccolo debitore il debito è un tuo problema, mentre se sei un grosso debitore il problema è soprattutto di chi ti ha prestato il denaro? La vicenda della Grecia sembrerebbe suggerire di sì: un paese piccolo, il cui peso sul prodotto dell'intera Europa non supera il 2,5%, e i cui problemi per quanto grossi non possono dunque essere insormontabili per la potenza europea; e che tuttavia diventa il tallone d'Achille dell'Unione, per settimane e settimane indecisa a tutto fino a far mettere in repentaglio (dalla sua stessa ignavia) la sua stessa esistenza.

Eppure no, uno stato non può, tecnicamente, “fallire”: può succedere – ed è successo, e molti risparmiatori italiani ne sanno qualcosa essendosi scottati con i bond argentini – che congeli il suo debito, o che non lo onori. Ma è uno scenario che solo in pochi hanno ipotizzato o suggerito a proposito della Grecia: in primo luogo perché si tratta di un paese membro dell'Unione europea, e dunque ne va della tenuta di tutta la baracca; in secondo luogo (e, forse, soprattutto) perché i principali creditori del governo greco siedono a Parigi, Francoforte, Madrid, Londra. Insomma sono le banche europee più grandi, che hanno prestato soldi agli eredi della più antica democrazia del mondo, e che non vogliono correre il rischio di non vederli più. Dunque le banche, improvvisamente, si trovano dall'altra parte della barricata, in posizione opposta a quella in cui le aveva cacciate la crisi finanziaria del 2008: da accusati ad accusatori, da sfascia-conti a vittime dello sfascio altrui, da allegri dilapidatori di fortune (fortune di altri, investite e insaccate in quelle formule finanziarie astruse che poi si sono rivelate tossiche) a occhiuti accusatori di governi-cicala.

Non solo. Nella tragedia greca le banche si ritrovano insieme a vecchie compagnie: gli investitori-speculatori di professione, che puntano tutte le loro fiches scommettendo sul crollo greco. I piccoli risparmiatori fanno fatica a immaginarlo, ma i grandi investitori sanno bene che si può guadagnare anche da una crisi (più o meno come facevano gli speculatori di guerra sul mercato nero): uno dei modi è quello di acquistare i titoli che assicurano il debito greco, immaginando che il loro valore salirà. Ma così facendo, si fa salire automaticamente il rischio del debito greco, e dunque i creditori chiederanno tassi sempre più alti: ma allora il governo greco si troverà a dovere affrontare spese per interessi sempre maggiori, e questo aggraverà ancora di più il rischio che un giorno il debito non possa essere pagato... Ad aggravare la situazione, a un certo punto, intervengono anche le pagelle delle agenzie di rating, soggetti “terzi” che dovrebbero dare la valutazione sulla capacità di un debitore di assolvere il suo debito. Le principali agenzie di rating sono Moody's, Fitch, Standard and Poor's. E da quest'ultima è arrivata a fine aprile la goccia che ha fatto traboccare il vaso greco, con il declassamento del debito di Atene.

Dunque, rieccoli insieme: grandi banche, colossi finanziari, agenzie di rating. Non proprio tre categorie di angioletti, agli occhi del mondo: dopo quel che è successo nel 2008, non parrebbero i più adatti a dettare le regole della buona contabilità, e neanche in grado di paralizzare governi e istituzioni mondiali – gli stessi che non più di un anno fa li hanno salvati dalla bancarotta. E invece dietro le quinte della tragedia greca troviamo loro: come quelle agenzie di rating che avevano dato la tripla A (massimo dei voti) a Lehman Brothers poco prima del fallimento; o quella Goldman Sachs che in un'altra parte del mondo è sotto processo penale per aver speculato al ribasso sui titoli che essa stessa piazzava nel portafoglio dei suoi clienti. Questo non vuol dire che la Grecia abbia i conti in ordine, e che non ci siano problemi strutturali di equilibrio economico e finanziario in Grecia e in tutta l'Unione. Così come i cittadini americani hanno speso per anni più di quanto guadagnassero, anche l'economia greca è vissuta al di sopra delle sue possibilità grazie a un mix di debito pubblico e (soprattutto) privato, mentre la sua economia declinava. Ma questa è una situazione che si è venuta a creare negli anni, non nei pochi giorni in cui la crisi è precipitata, con una tempistica che deve molto alla velocità dell'apparato finanziario-speculativo e alla mastodontica lentezza di quello politico. Il debito di Atene è esploso perché sono saliti i tassi di interesse, e i tassi di interesse sono saliti perché la finanza ha cominciato a scommettere sull'insolvenza della Grecia, in assenza di credibili garanzie di interventi internazionali. Senza la drammatizzazione dovuta alla speculazione finanziaria, i problemi greci ci sarebbero stati tutti lo stesso, ma avrebbero potuto essere affrontati con minori costi e tempi più distesi.

Detto questo, un gigante come l'Unione europea avrebbe tutte le risorse per difendersi contro gli “gnomi” della finanza: stroncare sul nascere le voci su un'uscita della Grecia dalla zona euro, e intanto prestarle soldi alle condizioni (di mercato) precedenti la bolla speculativa. E' quanto alla fine, tra mille tentennamenti, i vari paesi europei si sono decisi a fare; ma nel frattempo hanno perso del tempo decisivo, e hanno fatto salire il prezzo dell'intervento. Intervento che peraltro è stato reso possibile solo dal fatto che, mentre gli europei tentennavano, il governo greco si era rivolto anche al Fondo monetario internazionale – istituzione nata proprio per far fronte a squilibri di questo tipo, e anch'essa uscita non gloriosamente dalle ultime vicende della finanza e dell'economia mondiale – e il Fmi aveva attivato una linea di credito, dando contemporaneamente consigli-ordini al governo greco sul comportamento futuro. Ai “consigli” del Fmi, come a quelli dei partner europei, il governo greco sarà costretto a obbedire per poter usufruire degli aiuti: la missione è quella di ridurre il deficit e il debito e ridurre il loro peso percentuale sul Prodotto interno lordo. Per far ciò, il governo greco ha preso un impegno enorme, quello di tagliare dal bilancio pubblico 30 miliardi di euro in tre anni: circa il 4% all'anno del prodotto dell'intero paese. E poiché le cure drastiche avranno come sicuro effetto quello di deprimere l'economia e la produzione (cioè il Pil), ecco che la missione potrebbe rivelarsi impossibile, anzi giù si profila come tale e i leader europei lo sanno bene – in casa propria si trovano con identico dilemma, e non hanno un'idea di come risolverlo. Però, per ora, quel che conta è salvare la forma, dar mostra di grande rigore contabile, e aiutare Angela Merkel ad affrontare le prossime difficili elezioni regionali con un'immagine di lady di ferro.

Ma c'è un elemento che colpisce nel rito del rigore imposto alla Grecia per ottenere un megaprestito (la cui entità, come si è appena visto, è solo in parte dovuta a rimediare a colpe del passato contabile della Grecia, e in parte da attribuirsi alla bolletta salata della speculazione). Come sempre, gli “aggiustatori” del Fondo monetario e – in più – quelli europei si sono affrettati a buttare giù le ricette del rigore: salari pubblici fermi, aumento dell'età della pensione, aumento delle imposte indirette (Iva), riduzione sprechi (sui quali è fiorita sui giornali una ricca aneddotica). Solo in pochi giornali – qui in Italia, il manifesto e il Sole 24 ore – si è trovata traccia della questione delle spese militari, che è un autentico scandalo greco, a quanto si può capire: la Grecia spende per la Difesa 14 miliardi di euro all'anno. Il 5% del Pil. Francia e Germania, per dire, spendono in Difesa l'1,6 e l'1,3% di quanto producono. Comunque si spieghi – retaggi del passato, confini turbolenti con la Turchia, paese che peraltro è nella Nato come la Grecia - l'abnorme spesa militare dei greci poteva essere in cima alla lista delle spese da tagliare subito. Oltre che più etico, sarebbe stato un taglio sicuramente più indolore per la maggioranza del popolo greco – ma sicuramente più doloroso per le imprese che vendono armamenti alla Grecia, molto probabilmente francesi, tedesche e americane come le banche che le hanno prestato soldi. Ma di questa semplice e miracolosa ricetta – possiamo scommetterci – non sentiremo parlare molto.

Le prossime settimane diranno se la toppa messa dai leader europei è sufficiente o se è peggiore del buco; e se il gioco della finanza continuerà, spostandosi su altri paesi deboli dell'Unione, dal Portogallo alla Spagna (all'Italia?). Ma le convulse giornate di fine aprile hanno già messo a nudo la fragilità dell'Europa, delle sue istituzioni, dei suoi governi. Che l'Unione europea fosse solo uno spazio economico-monetario, privo di una soggettività politica, era già evidente; così come era già svanito il sogno illuministico di alcuni dei suoi fondatori: “noi coniamo la moneta, poi l'unione politica seguirà”. Però ci si sarebbe potuti aspettare che, almeno adesso, di fronte allo choc economico più grave avvenuto dalla sua fondazione, di fronte al dramma sociale della perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, e di fronte all'oggettiva debolezza di quell'élite economico-finanziaria che aveva guidato i giochi per trent'anni, l'Europa avesse un soprassalto di politica. Un istinto di sopravvivenza, almeno. Così non è stato, e bisognerebbe chiedersi il perché. L'inesistenza di istituzioni appropriate pesa: manca una sede della decisioni comuni, affidate a “vertici d'urgenza” che spesso sfiorano il ridicolo (nel caso della Grecia, con i mercati che possono affossare un intero paese in 24 ore, il vertice era stato in un primo tempo convocato con un lasso di tempo di tre settimane). Manca un bilancio comune, un'ossatura di legge finanziaria comune o almeno una sede per iniziare a tradurre la babele dei tanti bilanci nazionali. Ma questo non spiega tutto. Contano anche, e pesano, le persone che sono ai vertici dei diversi stati-nazione: una generazione di nuovi leader che, al contrario di quella precedente, non ha in sé alcuna dedizione alla causa europea, né nella sua biografia, né nel suo orizzonte politico. Come la finanza che gioca solo nel breve periodo, come i suoi viziati ed espertissimi manager che hanno i profitti immediati come unica guida e fonte, così la politica nazionale è quella delle prossime elezioni, del prossimo sondaggio, della prossima manifestazione. E non ha nessun antidoto (né ricetta alternativa) rispetto a quello che spesso le maggioranze chiedono: rinchiudersi nel proprio stato, staterello, regione, città. Anche se questo non comporterà alcun vantaggio, né ideale né concreto. Anche se solo nella dimensione europea la politica economica avrebbe qualche chance per agire e la politica tout court potrebbe riscattarsi.

Articolo pubblicato su La Rocca di Assisi

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