Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

L'inferno fiscale del nostro scontento

Mercoledì, 31 Agosto 2016

I paradisi esentasse sono esclusivi, nei gironi del popolo pagante ce n’è per tutti. Ecco l’elenco globale, in una classifica semplice: quanto paghiamo e con quale efficienza siamo ricompensati.

Inutile citofonare, non risponderà nessuno. Del resto, sulla targhetta bianca non c’è scritto niente, dunque quella scatoletta con pulsante che sta affianco alla vetrata con lo stemma Equitalia di per sé è inutile. Senonché, tutti si avvicinano, guardano, trovano e si rilassano. Perché sopra la scatoletta del citofono, quasi invisibile ai più ma evidentissimo per magia del passaparola o della consuetudine, c’è una manciata di bigliettini, tenuti insieme da un’attache e con sopra scritti i numeri che serviranno per l’ingresso nella vetrata, quando aprirà. Una mano pietosa e ignota li ha preparati, graffettati, messi ordinatamente sul citofono. “Quaranta, basteranno?”. Alle 7 e 15 manca un’ora all’apertura dei vetri blindati e siamo già al 22. Alle 7 e 40 il blocchetto finisce, ma la gente continua ad arrivare – anche se è pieno agosto, il cielo è azzurrissimo e la via Aurelia sarebbe meglio imboccarla per andare al mare invece che a regolare i conti con la Riscossione. Una signora fruga nella borsa, trova una metà bianca residua di un bollettino, la divide in otto, numera, rimette la graffetta e spera che bastino. Non sarà così, ma per fortuna soccorre uno studente ordinatissimo a far proseguire con i suoi A4 la coda autogestita. Fino alle 8 e 15, quando lo Stato che dovrà incassare si materializza aprendo la porta, e chiamando i numeri: uno, due, tre, quattro… Il primo blocco, fino al 25, entra dentro e comincia a fare un’altra coda, per prendere altri numeri, stavolta ufficiali: chi va a pagare, chi va a chiedere di rateizzare il suo debito, chi cerca di capire perché ha ricevuto quella cartella, eccetera. 

La scena si ripete tutti i giorni, e questa limpida mattina d’estate è di quelle miti, un po’ sospese: non tra la città e il mare, ma tra la tregua ferragostana  di Equitalia (niente cartelle nuove per due settimane) e il controesodo dei primi di settembre,  quando arriveranno in massa i contribuenti morosi riammessi alla possibilità di rateizzare il debito – sono 90.000, che hanno passato le ferie compulsando Gazzetta ufficiale per la pubblicazione del decreto che li ripesca. E allora i numeretti della pre-coda autogestita diventeranno cruciali, per essere sicuri di essere ammessi in giornata al paradiso, cioè allo sportello: in caso contrario, levataccia inutile, giornata persa e la mattina dopo si ricomincia. Succede così in molti avamposti Equitalia, in un altro ufficio romano in viale Togliatti i numeretti autoprodotti li mettono sotto una pietra dall’alba. Mezzi più efficienti non ne hanno trovati ancora – anche se la metà di quelli in fila qui sull’Aurelia guardano lo smartphone mentre aspettano e forse sarebbero in grado di gestirsi una prenotazione telematica, un’app, un sms. Succede così, in coda all’ultimo anello del fisco italiano. Se la geografia dei paradisi dell’1% più ricco, anche dopo i leaks dei Panama papers, ha coordinate certe (il minimo delle aliquote, il massimo del segreto), per tracciare quella degli inferni del restante 99% servono indicatori diversi: la pressione fiscale, certo; ma anche quel che se ne riceve in cambio; e l’efficienza dell’uno e dell’altro flusso. Pagina99 ha provato a tracciare qualche mappa.

(l'inchiesta è pubblicata sul numero del 26 agosto di pagina99, in edicola e qui)

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