Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

L'offerta flat di Salvini e Di Maio

Martedì, 01 Maggio 2018

Stralcio da un articolo pubblicato sul numero 9/2018 di Rocca il primo maggio 2018

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Quel che appare evidente a un osservatore esterno, per esempio alla stampa straniera, ma poco sottolineato in Italia, è la vicinanza tra Lega e M5S nell’asse che va da Trump alla Brexit ai sovranisti europei: ritorno alla difesa dell’interesse nazionale in economia, contestazione dei miti e delle parole d’ordine della globalizzazione (libera concorrenza e frontiere aperte), evocazione di un mitico passato dorato da riportare in vita, insofferenza verso i vincoli dei trattati internazionali. Una linea che Salvini interpreta al meglio, ma che non è lontana dai toni e dalla sostanza di molte posizioni dei politici e del popolo a Cinque Stelle. Diverse sfumature di sovranismo, insomma (...).

Guardando per ora dentro i confini e i programmi di politica economica, i cavalli di battaglia dei due partiti sono noti: la flat tax per la Lega, il reddito di cittadinanza per il M5S. Sembrerebbero due concezioni opposte dello Stato, della politica fiscale, del welfare. La flat tax è un’imposta con aliquota unica, uguale per tutti i livelli di reddito, che la Lega propone al 15%: è una proposta simile a quella di Forza Italia, che però nel suo programma ne aveva fissato l’aliquota al 23%. In tutti e due i casi era prevista poi un’area di esenzione totale dall’imposta, con aumento dell’attuale “no tax area”. La filosofia è chiara: semplificare e ridurre al massimo il peso del fisco sui redditi e le attività produttive, in modo tale che l’economia, liberata dal peso dello Stato, possa fiorire e crescere. Al contrario, la filosofia di quello che i Cinque Stelle chiamano il “reddito di cittadinanza” è quella di uno Stato che interviene, che assiste i più poveri, dando a tutti coloro che sono sotto la soglia della povertà relativa un assegno mensile, condizionato alla disponibilità dei beneficiari a lavorare quando i centri per l’impiego li chiamano. È uno schema che non corrisponde all’ideale del “reddito di cittadinanza”, che è universale e incondizionato, ma somiglia piuttosto alla formula del Rei, il reddito di inserimento varato dal governo uscente. Solo che ne amplia moltissimo l’ambito di applicazione, risultando dunque in una copertura molto vasta – e anche molto costosa.

C’è un tratto comune, tra le due proposte-pilastro della politica economica di Lega e M5S, ed è che sono irrealizzabili con gli attuali vincoli del bilancio pubblico. Secondo i calcoli degli economisti de lavoce.info, la flat tax al 15% costerebbe alle casse dello Stato 58 miliardi; il reddito di cittadinanza circa 30 miliardi. Ma prima ancora di pensare a come mantenere le promesse elettorali, il nuovo governo avrà come prima sua “grana” di politica economica la necessità di evitare gli aumenti automatici dell’Iva che scatteranno l’anno prossimo se la legge di stabilità non troverà nuove coperture. Si tratta di 12,4 miliardi nel 2019 e 19,2 miliardi nel 2020: se il governo non li troverà in altro modo, aumenterà l’imposta su una grandissima parte di beni di consumo. E questo in virtù di una legge dello Stato, varata ai tempi del governo Monti con una misura straordinaria votata allora da tutti i partiti – eccetto la Lega, mentre i Cinque stelle non erano in parlamento. Dunque un eventuale governo Salvini-Di Maio, prima di qualsiasi altra cosa, dovrebbe trovare quei soldi per evitare che aumentino le tasse più odiose, quelle che, colpendo i consumi indiscriminatamente, di fatto pesano di più su chi ha redditi più bassi. Dopodiché, potrebbero dedicarsi ai propri programmi; ma quali? Ridurre le tasse soprattutto ai più ricchi (come fa la flat tax, che premia in misura più che proporzionale i redditi più alti) o aiutare i più poveri? Al tavolo della contrattazione sul programma, le due proposte potrebbero rivelarsi meno lontane di quanto non sembri. Potrebbero essere un po’ emendate tutte e due: una riduzione delle tasse meno forte di quella promessa; e un aiuto ai poveri meno estensivo, di fatto solo un ampliamento dell’attuale Rei. E a ben guardare i due progetti non sono così abissalmente lontani e incompatibili: la riduzione del peso del fisco per i più ricchi e un aiuto ai più poveri era in fondo la proposta dell’economista fondatore del monetarismo – e ispiratore del liberismo reaganiano – ossia Milton Friedman, che ipotizzò una “imposta negativa sul reddito”, ossia un’imposta che ai livelli più bassi si trasforma in sussidio. Nella visione di Friedman, il tutto si doveva realizzare nell’ambito di una grande riduzione della presenza dello Stato e del welfare: il taglio delle imposte si doveva coprire con la riduzione della spesa pubblica, e il sussidio monetario per i poveri doveva restare l’unica forma, caritatevole, di assistenza sociale. Una visione drastica, da “lacrime e sangue”, non presente in nessuno dei programmi dei nostri partiti; tutti promettono di tagliare gli sprechi e la spesa improduttiva, ma nessuno scende nel dettaglio, sul quale perderebbe consensi e popolarità. Eppure, i conti hanno una loro logica. Per attuare anche una minima parte delle loro promesse, i due potenziali alleati dovranno ricorrere o a maggior deficit o a un taglio radicale della spesa. Sulla prima strada, c’è l’ostacolo dell’Europa e soprattutto della reazione dei mercati, sui quali quel deficit dovrebbe essere finanziato. La seconda non è nel dna dei due partiti, che anche se evocano a ogni pie’ sospinto il rigoroso Cottarelli, ex commissario alla spending review, impallidirebbero a sentire le sue proposte. Il taglio delle agevolazioni fiscali, per dirne una, andrebbe a colpire le piccole e medie imprese, base elettorale della Lega; quelli alla pubblica amministrazione, alla sanità, agli statali sarebbero mal digeriti dalla base elettorale dei cinque stelle. Ma siamo entrati in uno scenario del tutto inedito: chissà che non possa essere proprio lo “Stato minimo” alla fine lo sbocco dei due sogni irrealizzabili di Di Maio e Salvini.

 

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