Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Manovra e voto, il grande puzzle dopo la sentenza della Corte

Domenica, 29 Gennaio 2017

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Dal pomeriggio del 25 gennaio, subito dopo la decisione della Corte costituzionale sull’Italicum, lo spread tra i titoli italiani e tedeschi ha ripreso a salire e alla fine della settimana era di 177 punti. Non è un dato tecnico-finanziario, ma politico: vuol dire che diventa sempre più probabile che lo Stato italiano debba pagare di più chi gli presta soldi. E dunque che la spesa per interessi salirà, andando a sua volta a formare nuovo debito. Ma questo è solo il primo “effetto collaterale” dello scenario politico che si è aperto con la sentenza della Corte. Gli altri si giocano tra Roma e Bruxelles, e dipendono dall’esito del braccio di ferro tra il governo italiano e la Commissione sull’eventualità ed entità della manovra correttiva per il bilancio del 2017. Un puzzle creato dalle stesse regole che l’Unione europea si è data alla sua nascita, che vanno a precipitare nel pericolosissimo crocevia politico dell’anno, con la Brexit in corso e i principali Paesi alle urne.

Per 3,4 miliardi in più

La posta in gioco, nello scontro tra Roma e Bruxelles, può apparire a prima vista esigua: lo 0,2% del Pil, vale a dire 3,4 miliardi di euro. In maggiori entrate o minori spese, questa è la somma che il governo italiano deve trovare, e indicare chiaramente come, entro il primo febbraio. Se si pensa che nel 2015 e nel 2016 l’Italia ha goduto, rispetto alle regole europee, di 19 miliardi di maggiore flessibilità, la correzione non è enorme; né è eccessiva la tempistica da ultimatum: che un rimbrotto europeo fosse in arrivo lo sapevano tutti, quando la stessa Commissione al momento dell’analisi della manovra presentata dall’allora governo Renzi aveva rinviato la decisione per non interferire con la campagna elettorale per il referendum. Senonché, la decisione della Consulta ha virtualmente aperto la prossima campagna elettorale.  In questo clima, i tagli più dolorosi di una manovra correttiva di 3,4 miliardi sarebbero quelli ai voti per i partiti di governo. Di qui la scelta dei toni di scontro dell’ex premier e (con un po’ di diplomazia in più) del premier in carica. Ma il governo italiano può disobbedire, e non procedere alla correzione chiesta dalla Ue?

Gli scenari

Per chi non “fa i compiti” in casa europea, scatta la procedura d’infrazione per deficit eccessivo, e questa ha un crescendo che va da una multa al commissariamento dei conti pubblici. La prima parte del percorso ha del paradossale, visto che la multa sarebbe pari allo 0,2% del Pil, ossia alla stessa entità della manovra correttiva richiesta: in sostanza, l’Europa impone al governo italiano di ridurre il suo deficit di 3,4 miliardi, e se non lo fa per tutta risposta glielo aumenta. Ma queste sono le regole europee, derivanti più da una logica politica (tranquillizzare i contribuenti degli Stati in avanzo, preoccupati dal peso di quelli in disavanzo) che da una razionalità economica. Alzando la voce, il governo italiano ha fatto capire che potrebbe anche violarle, tanto più se si apre la campagna elettorale. Il problema è che lo scenario politico si chiarirà – forse – tra un mese, dopo che saranno pubblicate le motivazioni della sentenza della Corte; mentre la risposta alla Ue va data subito, entro mercoledì. E non si può infilare nella correzione di bilancio il conto del terremoto: quelle spese d’emergenza, ha chiarito Bruxelles, sono consentite, ma vanno a incidere sul saldo nominale, mentre quello che il governo deve correggere è il saldo strutturale. Ma il rischio vero che l’Italia corre non è tanto nella multa, come si è visto prima, quanto nell’immediato effetto di aumento del costo del debito sul mercato, che come si è visto dall’andamento dello spread è già partito e che sarebbe amplificato dall’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia. Per questo mentre Renzi e Gentiloni fanno la voce grossa, Padoan tratta, cercando di salvare capra (non far partire la procedura d’infrazione) e cavoli (non accentuare lo scontento sociale e l’impressione di essere agli ordini di Bruxelles). Un’impresa sul filo dell’equilibrismo: ma l’ex tecnico ha già mostrato in passato una discreta abilità nel campo.

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