Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Meno figli e meno investimenti. Ci siamo dimenticati il futuro

Lunedì, 29 Maggio 2017

Consumi, lavoro, reddito, risparmi, istruzione, salute, famiglia, abitazioni, vacanze, mobilità. Il passaggio che è avvenuto in meno di dieci anni ha connotato tutti gli aspetti della nostra vita: davvero “crisi” in questo caso ha significato una separazione, tra la vita di adesso e quella precedente. A quasi dieci anni di distanza dallo choc che diede inizio a tutto – l’esplosione della bolla finanziaria dei mutui ipotecari americani – possiamo tirare due fili, partendo da due capi di colori molto diversi: i figli e gli investimenti. Due dimensioni che riguardano il futuro. Non certo per fare un’operazione economicista che equipari il capitale umano e quello fisico, ma proprio per mostrare come, nella sfera privatissima dell’emozione e del desiderio a quella pubblica, razionale, dello spostamento di risorse verso beni e servizi futuri, restano i segni più pericolosi e duraturi della crisi. Quelli che, appunto, mettono a rischio il futuro; e che andrebbero affrontati e curati per primi, con più impegno e intelligenza: senonché, per farlo, occorrerebbe uno spirito e una fiducia di comunità - e dunque un disegno politico – la cui rovina  è esattamente l’altro lascito, velenoso, della crisi.

I grandi numeri sono chiari, nel confronto tra 2016 e 2008: meno 96.179 neonati, meno 85 miliardi di investimenti (anno su anno, dati Istat; gli investimenti sono calcolati a prezzi concatenati). In termini percentuali, il calo delle nascite è del 16,8%, quello degli investimenti del 23,9%. In entrambi i casi, l’impatto della crisi è andato a peggiorare una tendenza storica già in atto – denatalità e declino non sono arrivati nel 2008, nella narrativa dell’economia e della società italiana; ma proprio per questo è stato più forte che in altri Paesi europei, e più difficile da invertire.

Perché si fanno meno figli? Il fenomeno “baby recession” – una riduzione della natalità dovuta alla crisi economica – non è stato studiato solo sull’Italia, ma nel nostro Paese è stato piùà marcato. C’è l’impatto dell’onda lunga del primo forte cambiamento dei comportamenti riproduttivi, quello che si è avuto tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso: essendoci meno donne in età fertile, è chiaro che ci sono anche meno neonati. Ma quel che è successo dal 2008 in poi è che è tornato a scendere anche il numero di figli per donna, che aveva avuto una lieve risalita, dopo il minimo storico del ’95, soprattutto grazie all’apporto delle straniere ma anche per una ripresa di fecondità delle donne italiane. Prima della crisi, c’era stata una breve primavera delle nascite, concentrata al Nord e in alcune regioni del Centro, strettamente correlata con il benessere e l’indipendenza femminile; con la crisi, la scelta prevalente tra le giovani donne italiane è stata quella del rinvio; mentre è venuto meno anche l’apporto delle straniere, sia perché molte sono andate via sia perché sempre meno sono giunte per ricongiungimento familiare. Per tutti gli anni della crisi dunque si sono “persi”, annualmente, nuovi nati; ed è sceso il numero medio di figli per donna, sia per le italiane che per le straniere, in misura molto più sensibile che negli altri Paesi europei.

Per capire perché si fanno meno figli, è opportuno guardare alla storia della breve ripresa della fecondità e alla geografia dell’attuale denatalità: sia la prima che la seconda ci dicono che si fanno più figli laddove c’è occupazione femminile, e ci sono servizi sociali ed educativi che rendono meno impegnativo e costoso per le famiglie l’arrivo di un nuovo nato. Bolzano, provincia al top della natalità, è anche quella dove più alto è il tasso di occupazione delle donne; ma lo stesso può dirsi per molte province del nord, sia pure senza il record alto-atesino. La cinghia di trasmissione tra economia e demografia è nel lavoro femminile, ma la strategia per aumentare l’occupazione delle donne passa per una serie di possibili interventi, non solo sul mercato del lavoro: cruciali sono le infrastrutture sociali, penalizzate invece dalla storica caratteristica italiana di welfare familiare e dai tagli dovuti alle politiche di austerità. Ma importante è anche la redistribuzione del compito di cura all’interno della famiglia, che grava ancora per grandissima parte sul lavoro non retribuito delle donne. Si parla sempre, in proposito, della scarsissima presenza degli asili nido – la cui mappa, non sorprendentemente, ricalca quella della fecondità – ma in una società complessa come la nostra, altre politiche pubbliche rivestono un ruolo altrettanto importante: dalla assistenza degli anziani, ai trasporti urbani, all’efficienza delle amministrazioni pubbliche, al tempo della scuola. Si privilegia sempre il taglio delle tasse come misura per il lavoro e la crescita: eppure ogni euro speso in infrastrutture sociali ha un moltiplicatore molto più alto sulla domanda e sulla crescita, se si pensa all’occupazione diretta che danno e alla “liberazione” di lavoro femminile che ne deriva. Ma per avere più servizi pubblici serve più spesa, e più efficiente, dunque l’investimento in una presenza pubblica forte in ogni territorio.

Alla stessa conclusione si giunge se si analizza l’altro capitolo della crisi sul quale, in questa analisi, abbiamo acceso i riflettori: gli investimenti. La discesa di questi ultimi, negli anni della crisi e del credit crunch, è stata vertiginosa. Al calo hanno contribuito sia gli investimenti privati che, in misura ancora maggiore, quelli pubblici. Le cause sono diverse: nel primo caso, la restrizione del credito è al tempo stesso causa ed effetto del crollo degli investimenti. Le banche, pressate dall’aumento dei crediti in sofferenza e dai parametri più stringenti imposti dall’Europa, hanno razionato il credito; ma allo stesso tempo le imprese, avendo davanti a sé previsioni di domanda magre e profitti in calo, quando non hanno chiuso o ridotto la produzione hanno smesso di investire, così generando prospettive negative sul proprio futuro e dunque sulle stesse valutazioni di affidabilità fatte dalle banche. Questo spiega, in parte, perché l’aumento di liquidità conseguente alla politica monetaria espansiva della Bce non è arrivato all’economia reale: i bassi tassi non sono bastati a rilanciare gli investimenti, anche se una piccola ripresa, negli ultimi due anni, c’è stata. È continuata invece l’emorragia degli investimenti pubblici, e qui le cause sono altre: i governi, pressati dall’esigenza di contenere il deficit pubblico, hanno tagliato gli investimenti più che la spesa corrente. Una scelta gravida di problemi per il futuro: la piccola ripresa degli investimenti privati infatti è del tutto insufficiente a rilanciare la  produttività e l’economia, e siamo ancora lontani dai livelli pre-crisi, che erano già molto bassi per una eredità storica della struttura dell’economia italiana, segnata da bassa produttività e incerta specializzazione, caratterizzata da peso preponderante delle piccole imprese, bassa innovazione tecnologica, scarse spese in ricerca e sviluppo. Molti studi – di recente anche del Fmi - hanno sottolineato il ruolo trainante, nelle economie avanzate, della spesa per investimenti pubblici: in Italia sarebbe ancora più importante, data la debolezza del settore privato. Ma la latitanza degli investimenti pubblici – o la loro riduzione al vecchio cliché delle opere faraoniche, dal Ponte sullo Stretto ai grandi eventi – è un problema trascurato nelle discussioni sulla politica economica.

C’è un motivo per tutto ciò, ed è nella profonda sfiducia collettiva verso il ruolo pubblico e la capacità della politica di affrontare e risolvere i problemi, a partire da quelli economici. Così alle soluzioni comuni e all’azione collettiva si preferiscono le vie d’uscita individuali o corporative, che siano la fuga all’estero oppure le proteste per piccoli gruppi, poche e vittoriose solo quando questi hanno un potere di ricatto, piccolo o grande. E questo è un altro lascito della crisi, il più velenoso, che si spera ci lasceremo alle spalle al più presto.

* Traccia dell'intervento per il festival èStoria, XIII edizione, Gorizia 26 maggio 2017. Una sintesi di questo scritto è stata pubblicata sul settimanale Origami il 24 maggio 2017

 

 

 

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