Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Mps, ultimo e primo atto

Domenica, 11 Dicembre 2016

Commento scritto per i giornali locali del gruppo Espresso

Un governo a termine, nato da una situazione confusa, potrebbe partorire come suo primo atto la nazionalizzazione della banca più antica del mondo. Il Monte dei Paschi di Siena, nato nell’anno 1475 per le esigenze dei “pascoli” della zona, ed entrato in crisi gravissima a partire dal 2011, si salverà forse grazie all’intervento pubblico. L’attuale management fa sapere di puntare ancora a una soluzione “di mercato” – ossia al fatto che gli attuali azionisti e obbligazionisti e altri investitori ci mettano i soldi -, ma la rapidissima evoluzione che si è avuta negli ultimi giorni fa ritenere inevitabile l’intervento del governo. Debole o forte che sia, il nuovo governo nascerà su una grana bancaria, così come il precedente proprio sulle banche aveva subìto i primi smacchi. E dovrà rispondere alla domanda – non tecnica, ma politica – sulla quale Renzi ha glissato: chi deve pagare per la crisi delle banche?

Sgombriamo il campo da un equivoco: che l’accelerazione della crisi derivi dalla vittoria dei No al referendum. La crisi del Montepaschi è iniziata almeno cinque anni fa; è una banca che ha bisogno di ricapitalizzarsi, e il “quanto” è chiaro da luglio con la pubblicazione dei risultati degli stress test dell’Autorità bancaria europea. Non era invece chiaro il “come”: il governo Renzi ha spinto per una soluzione di mercato, ha imposto il cambio del management per questo, ed è stato presentato un piano al quale risparmiatori ed investitori avrebbero dovuto aderire. Che vincessero i Sì o i No, il piano quello era e quello restava.

Piuttosto, la variabile politica può aver influito in altro modo. Già da qualche settimana era chiaro agli addetti ai lavori che le adesioni al piano arrivavano col contagocce, e che dunque non si sarebbe raggiunto l’obiettivo della ricapitalizzazione. Era necessario un “piano B”, con un intervento pubblico nel quadro delle regole europee, che però il governo ha evitato di realizzare, o anche solo di annunciare (anche se lo ha preparato), forse perché non voleva farlo deflagrare in campagna elettorale.  E questo perché le stesse regole europee, che hanno consentito in passato ai virtuosi tedeschi come ai nostri vicini spagnoli (nonché agli irlandesi, e al Regno Unito pre-Brexit) di salvare le proprie banche con fondi statali, si sono poi irrigidite. In sostanza, con le nuove regole dovrebbe essere lo stesso sistema bancario ad auto-salvarsi, mettendoci fondi propri – il cosiddetto bail in – e quando questo non è possibile per il rischio di instabilità finanziaria o la gravità della crisi gli Stati possono sì intervenire, ma seguendo alcune regole di “burden sharing”, insomma anche i soci delle banche devono pagare.

Sembra bello, finora. Ma chi sono i soggetti chiamati a pagare? Gli azionisti delle banche, certo. Ma anche i sottoscrittori delle famigerate obbligazioni subordinate, insomma coloro che hanno “comprato” capitale di rischio degli istituti di credito. Si sa che in Italia molto spesso tra questi ci sono piccoli risparmiatori che sono stati indotti a farlo dalla pressione dei loro consulenti bancari, senza capire che così rischiavano i loro risparmi. Già sulla vicenda sono caduti i risparmiatori di Banca Etruria e le altre banche di provincia. Ma il caso del Montepaschi è più grosso. Il futuro governo dovrà scrivere le regole del salvataggio – entrando nell’operazione in corso, oppure facendone un’altra tutta pubblica – facendo slalom tra le complicate regole europee e scegliendo “chi” salvare: tutti i piccoli risparmiatori? Solo quelli che ci hanno perso? Solo coloro che possono dimostrare di essere stati gabbati? Tutti i titolari di obbligazioni subordinate, compresi i fondi speculativi? Ci sono ostacoli tecnici, ma soprattutto due opposte retoriche che si confrontano – tra le quali i partiti sguazzano senza tema di cadere in contraddizione. La prima dice che i risparmiatori non devono pagare mai. Ma in questo caso deve esser chiaro che pagheranno i contribuenti, tutti noi, tutti coloro che non si sono mai sognati di avventurarsi in un investimento rischioso. La seconda dice che i contribuenti non devono pagare mai per la crisi “dei banchieri”. Ma evita di aggiungere che, se questo rifiuto genera una crisi di sfiducia nel sistema bancario, pagheremo comunque caro tutti.

Una via di mezzo c’è ma implica un’assunzione di responsabilità politica, e anche uno scontento, che il precedente governo non si è voluto sobbarcare. E che il prossimo, dichiaratamente pre-elettorale, avrà ancora più remore ad affrontare. Meno grave il rischio per le finanze pubbliche: il precedente americano – epoca Obama – ha dimostrato che anzi, entrare nel capitale delle banche quando le quotazioni sono basse, risanare e uscirne quando i valori sono stabilizzati, può essere anche un affare per le casse pubbliche.  

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