Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Mps, un conto troppo salato

Mercoledì, 28 Dicembre 2016

Commento pubblicato dai quotidiani locali del gruppo Espresso il 28 dicembre 2016

Immaginiamo di essere al ristorante. Prima di ordinare guardiamo il menu, e decidiamo che possiamo permetterci una scelta gustosa, dal costo di 50 euro a persona. Mangiamo, poi arriva il conto, che però nel frattempo è lievitato, a 88 euro a persona. Più o meno questo (nelle proporzioni, non nei numeri assoluti) è successo all’Italia e al menu Montepaschi: il prezzo del salvataggio della più antica banca del mondo era, al momento della scelta, 5 miliardi di euro; è diventato 8,80 miliardi dopo che il governo italiano ha scelto – in realtà è stato costretto a scegliere – di mangiare l’istituto dell’antichissima e bellissima Rocca Salimbeni.

Se fossimo davvero al ristorante, ce la dovremmo prendere con la furbizia (o peggio) dell’oste, la Bce in questo caso; ma siamo nell’unione bancaria europea, e le cose sono un po’ più complicate. Di certo la vigilanza della Banca centrale europea ha fatto una scelta politica, interpretando nel modo più rigoroso possibile le regole tecniche della valutazione della sostenibilità del salvataggio, e trattandoci come la Grecia. Ma anche il malcapitato cliente – l’Italia – ha fatto tante scelte politiche; e oggi, cinque anni dopo l’emersione delle prime crepe nella Rocca Salimbeni; a tre anni di distanza dall’ossigeno provvisorio dei “Monti bond”; a sei mesi dagli “stress test” che hanno imposto la ricapitalizzazione all’istituto; e a tre mesi dalla scelta dell’allora governo Renzi di affidarsi al mercato e alla Jp Morgan per operare l’intervento; e a quasi un mese da quel referendum costituzionale nella cui attesa ogni decisione è stata congelata; ricordato tutto questo, possiamo dire che il menù scelto dall’Italia è stato particolarmente rischioso e costoso.

L’ultimo azzardo è stato proprio quello che spiega perché il conto è lievitato. Lo si legge nella spiegazione che ha dato la Bce, a stare al testo fornito dallo stesso Mps: «La posizione di liquidità della Banca ha subìto un rapido deterioramento tra il 30 novembre 2016 e il 21 dicembre 2016», ha fatto notare la Bce, nella stessa missiva, indirizzata al ministro dell’economia, nella quale da un lato si certifica che “la Banca è solvente” e dall’altro si fa lievitare a 8,8 miliardi il fabbisogno di capitale. Il governo fa sapere di non essere preoccupato, e i fondi stanziati sono più che sufficienti. Ma cos’è successo, per bruciare tanta liquidità in meno di venti giorni? Non sfugge a nessuno lo spartiacque del periodo: il referendum del 4 dicembre, e le successive dimissioni del governo. Già prima del referendum c’erano segnali del fatto che la richiesta al mercato di un aumento di capitale da 5 miliardi stava andando a rilento, le sottoscrizioni arrivavano col contagocce. Il governo, grande sponsor del piano – per la cui realizzazione aveva chiesto e ottenuto la testa dei precedenti vertici del Mps – contava per completarlo di avere soldi freschi da un socio forte, l’emiro del Qatar. Non sapremo mai se la ricapitalizzazione del Mps davvero sarebbe stata un bizzarro effetto collaterale della riforma costituzionale italiana (e perché poi? Se l’investimento era buono, lo è ancora); ma certo, non aver messo in sicurezza l’operazione prima del prevedibile inizio delle turbolenze politiche non è stata prova di grande responsabilità. Man mano che si avvicinava la scadenza della ricapitalizzazione di mercato, gli emiri s’involavano e i risparmiatori pure, succedeva un’altra cosa molto negativa per una banca: molti correntisti hanno chiuso i loro conti. Lo hanno detto fonti giornalistiche, e lo fa capire anche la nota della Bce che parla di una crisi di liquidità. Che può essere dovuta anche al comportamento degli altri istituti sul mercato interbancario.

Insomma, l’ultimo temporeggiamento o rinvio potrebbe costarci la bellezza di 3,8 miliardi. Ma anche in passato si è rinviato fin troppo: quando non si volle intervenire con fondi pubblici per non aumentare il debito (salvo doverlo fare adesso, con regole più strette ed esigenti). Né mettere le mani nei disinvolti collocamenti di titoli che le banche facevano per aiutare se stesse, aiutate a loro volta da un regime fiscale (allora) favorevole e dalla distrazione di chi doveva sorvegliare. Adesso il conto è salato, e rischia di essere anche ingiustamente diviso: pagheranno quelli che non hanno mangiato affatto. 

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