Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Nella Chiesa divisa sull'accoglienza ai migranti

Martedì, 22 Settembre 2015

Réportage di Roberta Carlini e Sara Farolfi

“Eh sì, il papa piace, il papa parla dritto al cuore, tutti sono per il papa. Ma poi, quando parla di immigrati…”. Don Beppe Gobbo lascia la frase a metà. Nella sua spola tra quattro parrocchie della val di Pollina, e nel piccolo centro di accoglienza di Calvene, provincia di Vicenza, ha qualche titolo in più per parlare dei “preti di campagna in prima fila”, rispetto al governatore del Veneto Luca Zaia, che a quella categoria si è appellato contro il segretario generale della Cei, monsignor Galantino, e la sua invettiva contro i “piazzisti da quattro soldi”.

È in prima fila, don Beppe, con molti altri. Quelli che, la domenica in cui sono caduti alcuni muri europei e papa Francesco ha invitato ogni parrocchia a prendersi una famiglia di profughi, hanno gioito, per il formidabile assist alle loro difficili omelie della domenica.

Quelli che, nelle regioni più cattoliche d’Italia, si vedono bocciare dai consigli pastorali l’idea di aprire la canonica. Quelli che hanno dovuto rimangiarsi l’offerta di locali ai profughi, perché troppo vicini all’asilo dei bambini. Quelli che vivono pressati tra le richieste affannose dei prefetti e le barricate premeditate dei sindaci – e spesso dei loro fedeli. “I preti di campagna sono i baluardi dell’accoglienza”, dice don Gobbo. Forse esagera. Forse non lo sono sempre, e non lo sono tutti.

Ma, certo, è anche nelle loro piccole canoniche – come nelle chiesone anonime delle periferie cittadine – che passa la questione del secolo, le grandi migrazioni e la loro accoglienza nella parte ricca del mondo. E, dentro di essa, l’altra grande questione: che piega prenderà nei fatti la chiesa di Bergoglio su questi temi?

 

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