Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Nell'Europa in crisi la doppia velocità non è una via d'uscita

Domenica, 05 Febbraio 2017

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Chissà se si avvererà la profezia di Ted Mulloch, il nuovo ambasciatore americano venuto a portare pena a Bruxelles, che ha paragonato l'Unione europea a quella sovietica prima del crollo. Sta di fatto che l'uscita di Angela Merkel al termine del vertice che era dedicato proprio alle contromisure da prendere verso i nuovi Stati Uniti, ostili e protezionisti, appare andare nella stessa direzione auspicata dal poco diplomatico ambasciatore. Dal vertice che si terrà in Italia il 25 marzo per celebrare i sessant'anni del Trattato di Roma, ha detto Merkel, potrebbe uscire per la prima volta scritta nero su bianco la formula che sin dall'inizio del progetto di unione monetaria è stata il sogno di alcuni e l'incubo, di altri: l'Europa a due velocità. Nella quale, come nella fattoria degli animali di Orwell, tutti sono uguali ma qualcuno è più uguale degli altri.

Per un verso, è un'ovvietà. Non tutte le economie sono uguali, in quella comunità che ha sempre usato il terreno economico per spingere all'alleanza politica: dal carbone e dall'acciaio del dopoguerra, alla comunità europea nata nella sala degli Orazi e dei Curiazi del Campidoglio nel 1957, al "serpente" e al sistema monetario, fino all'azzardo dell'euro. Ancora alla vigilia del varo della moneta unica, un pezzo importante dell'economia e della politica tedesche, e anche una buona parte dell'establishment dei Paesi del sud (sprezzantemente chiamati il "club Med"), pensavano a un'unificazione in due tappe. E fu solo quando ci si rese conto che la Spagna, con un rush e qualche forzatura, si era iscritta al gruppo di testa, che anche l'Italia fece uno sprint decisivo per rispettare tutti i parametri e partire con tutti gli altri. Ma nessuno si nascondeva che la volontà politica prevaleva sui fondamentali economici. E oggi come allora, nel sottolineare la formula "due velocità", è la politica che prevale, non l'economia. Il contesto esterno è completamente cambiato. Solo qualche anno fa, quando l'Unione era sull'orlo del collasso per via della crisi greca, da Obama arrivò il messaggio: quest'Europa fa paura all'America. Faceva paura un gigante economico, uno dei primi attori della produzione e del commercio mondiale, che non riusciva a risolvere politicamente e stabilmente la grana dei debiti di un Paese che contava per una percentuale piccolissima del suo Pil. Adesso è l'America che fa paura all'Europa. Per le minacce di guerra commerciale e valutaria, per cominciare. Trump fa la voce grossa verso il Messico e la Cina, ma è il surplus europeo che vuole attaccare: per ora a parole, con l'accusa alla Germania di sfruttare l'euro debole. Un'osservazione vera a metà: perché se la Germania si sganciasse con una moneta più forte, altri Paesi d'Europa potrebbero avvantaggiarsi nelle loro esportazioni negli Usa; e anche perché a rafforzare il dollaro ha contribuito il programma di Trump, con le attese su un aumento del debito pubblico, molto più che le decisioni al di qua dell'Atlantico. Ma non ci sono solo le questioni commerciali: al continente post-Brexit e in campagna elettorale - si voterà nell'anno in Olanda, Francia, Germania e (forse) Italia - fa paura la presa dei messaggi di Trump contro gli immigrati su un'Europa politicamente travolta dalla crisi dei rifugiati. Un momento importante, per capire il futuro dell'Unione, sarà quello dell'incontro tra Merkel e Draghi, giovedì a Berlino. L'Unione europea non è Angela Merkel e la Bce è indipendente dal potere politico: ma poiché questo non c'è, nella claudicante costruzione europea, il vertice tra il capo del governo più forte e il banchiere centrale diventa decisivo. E il "club Med"? per adesso, deve fare i compiti a casa: e nonostante i mugugni interni e gli attacchi esterni (di Renzi) l'Italia la sua manovra-bis di fatto la sta preparando. Finora, pareva un problema il fatto che, nonostante lo choc di Brexit e i timori "populisti", l'Europa non cambiasse rotta, andando finalmente verso una unione fiscale, sociale e politica. Dopo Trump, qualcuno ha sperato che ci fosse uno scatto di reni, e lo slogan qui da noi diventasse "Europa first", all'insegna della solidarietà e dell'integrazione. Se invece la risposta fosse "Germania first", non potrebbe non essere seguita a catena da tutti i protezionismi mascherati da patriottismo. E il 25 marzo ci sarebbe assai poco da festeggiare. 

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