Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Come siamo cambiati - introduzione

Questo non è un libro sulla crisi. Non tanto perché, secondo alcuni indicatori ai quali si dà un certo peso, la recessione è tecnicamente finita e la ripresa economica, per quanto tiepida e incerta, si intravede. Quanto perché la parola crisi, nei lunghi anni nei quali ha costellato il nostro discorso pubblico e spesso quelli privati, ha finito per perdere senso e diventare quasi un luogo comune dei fatti economici.

Per un bambino italiano nato nel Duemila, che abbia cominciato a orecchiare i discorsi degli adulti verso gli otto anni, non c’è stato verso di sentir parlare di economia in altro modo che questo: crisi. Prima di annoiarsi e tornare ai suoi giochi, avrà deciso che l’economia è una cosa che fa le crisi e fa preoccupare i grandi. O che economia e crisi sono due di quelle parole che hanno spiegato a scuola, i sinonimi. Il tempo in cui si è dilatato lo stato che è cominciato, per noi, dal 2008 – quando negli Stati Uniti è finita l’illusione finanziaria e lo scoppio di quella bolla è diventato malattia cronica in Europa – è ormai lungo, lunghissimo. Troppo, perché si possa associare la crisi a una congiuntura dell’economia, magari brutta ma tutto sommato fisiologica, negli alti e bassi del mercato.

Questo libro parte dall’idea che non è stato un fenomeno di passaggio, ma essa stessa un passaggio. Ossia che c’è stato uno di quei sommovimenti dell’economia che trasformano profondamente la società; che siamo passati - o stiamo ancora passando - da uno stato a un altro. Per molti aspetti delle vite individuali e di quella sociale, il passaggio è già compiuto. Siamo cambiati, e qui cerchiamo di indagare e raccontare lo stato nuovo. Lo faremo con il metodo dell’inchiesta, seguendo tracce, numeri e storie nella società italiana, protagonista di una grande trasformazione.

Questo non è un libro di economia. La Grande Recessione è stata ampiamente analizzata, ma molto meno narrata. Qui ne saranno cercati gli effetti – quelli impressi sulla vita delle persone – più che le cause. Questo non vuol dire che si possa prescindere da quelle cause, e dalla loro interpretazione, come se ci fosse piombato addosso un meteorite dallo spazio. Lo spazio dove si è formato il meteorite è il nostro, è nelle nostre società ed economie che sono nati gli squilibri che hanno portato prima alla crescita incontrollata e sregolata della finanza mondiale, poi all’esplosione della bolla che questa aveva alimentato e ai suoi effetti nefasti sull’economia reale e sul lavoro. Ed è ancor più nostro, di noi europei, lo spazio nel quale questo choc è stato amplificato e prorogato, quando la crisi finanziaria si è trasformata in una crisi dei debiti sovrani, cioè della capacità dei governi di essere creduti e fare politiche economiche. Dopo una prima fase, a ridosso dello choc finanziario, nella quale si è affacciata una interpretazione riduttiva di quel che stava succedendo, tutta centrata sulle tecnicalità dei mercati finanziari e dei marchingegni che là dentro non avevano funzionato, si sono via via moltiplicate le analisi sulle cause strutturali degli squilibri, comprendendo tra queste anche le dinamiche sociali, politiche e istituzionali, e non solo quelle economiche. E sono state mostrate le falle di un circuito di teoria e politica economica che ha dominato per un trentennio, formando classi dirigenti e opinione pubblica. Al livello teorico la crisi ha smosso la critica di quello che con una formula efficace è stato chiamato “il neoliberismo reale”; in alcuni casi, si è trattato di un’autocritica, paradossalmente più frequente in istituzioni come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale che nei governi e nelle accademie d’Europa; e ha sollecitato l’urgenza di nuovi strumenti di analisi e nuove politiche. Su tali analisi e tali proposte non ci soffermeremo oltre. Non saranno l’oggetto di questo scritto; ma ci pareva opportuno segnalarne qui l’importanza, sia perché ci pare onesto dichiarare subito qual è il nostro punto di vista (una specie di: “voi siete qui”), sia perché confermano che società ed economia vanno lette insieme, ed aver buttato fuori le dinamiche sociali dall’analisi economica ha prodotto, oltre che vistose conseguenze politiche, un tangibile disastro.

Questo non è un libro pessimista, e non è un libro sulle vittime. E’ ovvio che non stiamo parlando di un’età dorata e neanche argentata, ma di anni di ferro. Anni che lasceranno profonde cicatrici sparse sul corpo, non grandi conquiste o scalate da celebrare. Molte di queste cicatrici sono visibili a occhio nudo, tante sono nascoste o a futura memoria, le vedremo solo tra qualche anno, o decennio; e forse quelle che sono state più in mostra e più ci hanno colpito, nel discorso pubblico, non sono le più gravi. Il fatto che, unico paese al mondo, abbiamo visto ridursi il numero di giovani che va all’università, è forse più grave del fatto che si vendono meno automobili: anzi, per il nostro futuro la seconda è di certo una buona notizia. Eppure, per adesso abbiamo visto l’emergenza sociale degli operai dell’auto disoccupati, più che le cicatrici nascoste dei ragazzi che hanno rinunciato a studiare. Abbiamo messo sotto i riflettori il problema della “generazione perduta”, i giovani che hanno fatto da cuscinetto sotto i colpi più duri della recessione, ma limitando l’osservazione al mercato del lavoro - disoccupati, mal occupati, sottopagati, fuoriusciti, mai entrati – senza allargare lo sguardo alle altre perdite della stessa generazione: un’intera coorte di donne sta rinviando la maternità, spostando progetti e desideri in un pericoloso “dopo” che può diventare un “mai”. Allo stesso tempo, la  mancanza di lavoro ha un impatto niente affatto neutrale sui rapporti tra i generi, visibile sia nei grandi numeri che nelle microstorie, dai matrimoni alle separazioni. Tutto questo comporta cambiamenti profondi, alcuni dei quali non sono reversibili al primo segno di rialzo del Pil.

Uno sguardo allargato può indirizzarci a correre ai ripari e scegliere rimedi di medio periodo, che guardano alla ricostruzione e non solo a tamponare emergenze –oppure, che danno un diverso ordine di priorità alle emergenze. Ma non è solo per questo che le pagine che seguono non saranno pessimiste, né saranno concentrate su una narrazione della vittima. Lo stesso uso della parola “cicatrice”, che largamente si fa per parlare delle conseguenze dei periodi di crisi economica, già ci parla di una riparazione, di un qualcosa che si chiude per permettere all’organismo di vivere. E’ segno di una ferita non dimenticabile, ma può esserlo anche di un cambiamento e indice di resilienza, di capacità di reagire e rispondere. Tanto più che tutto ciò non avviene nel vuoto, non è un esperimento in vitro; ma si accompagna ad altri cambiamenti delle vite individuali e della società, non necessariamente legati alle dinamiche economiche. La generazione cresciuta nella penuria del lavoro e spesso dei beni materiali è anche la prima cresciuta nell’abbondanza della comunicazione: la condivisione e il mutuo soccorso, vecchi rimedi della società sotto i colpi dell’economia, si fanno più facili grazie alla tecnologia e alla sua accessibilità diffusa. I cambiamenti nei consumi, di certo indotti da vincoli di bilancio spesso drammatici, sono anche accompagnati o accompagnano nuovi modelli e stili di vita: quanti di questi resteranno, quanti spariranno per tornare al grasso spreco di prima?

La Grande Depressione del ’29 generò una nuova politica, quella del New Deal di Roosevelt con l’avvio della gran parte degli istituti del welfare che hanno poi caratterizzato il secolo scorso; la Grande Recessione di oggi si trascina (soprattutto in Europa) in assenza di politica e di un’azione collettiva paragonabile a quella del Novecento, ma in modo altrettanto profondo sta modificando la nostra società. E’ presto per dire se questi nuovi assetti getteranno le basi per sviluppi nuovi, tanto dell’azione collettiva quanto della politica, e di certo questi si presenteranno con forme e contenuti nuovi. Ma è urgente conoscerli, indagarli e raccontarli. Aspettando il cambiamento, capire come siamo cambiati.