Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Ora i fatti, non slide e proclami

Sabato, 03 Settembre 2016

Articolo pubblicato sui giornali locali del gruppo Espresso il 3 settembre 2016

Non è mai bello quando un governo si mette a fare le pulci a un organo indipendente. Tanto più se lo fa quando questo dice o fa qualcosa di sgradevole per il governo stesso. Dunque la polemica che si è aperta sui dati dell’Istat, che ha confermato ieri la crescita zero per l’Italia, è inutile e dannosa. Tanto più che stiamo parlando di numeri piccolissimi: cosa cambierebbe nella sostanza se nel secondo semestre avessimo avuto una crescita dello 0,1 invece che calma piatta? Più utile sarebbe interrogarsi su quei dati e sull’insieme delle questioni che, da qualche mese, si stanno addensando sull’orizzonte del governo come nubi che portano tempesta.

La piccola ripresa economica del 2015 che si interrompe. La fine dell’effetto della decontribuzione sul lavoro, che fa cadere la polvere e ci lascia vedere un incremento dell’occupazione molto contenuto e concentrato sulle fasce d’età più alte (mentre ai piani bassi dilagano i voucher-lavoro). Gli stress test sulle banche, e la grana di quelle più esposte e a rischio. Fuori dal terreno economico, la sconfitta delle amministrative di giugno e i timori sull’esito del referendum costituzionale dell’autunno. E, allargando ancora lo sguardo, il pericolo del terrorismo, la crisi dei rifugiati, i venti di guerra.

Ce n’è abbastanza per dire che un capitolo della saga di Renzi si è chiuso. La tempesta avrebbe già avuto un effetto dirompente sul governo, se non vi fossero la debolezza degli oppositori nel suo partito e il disastro delle opposizioni “esterne” (Cinque stelle nel caos, destra in decomposizione). Ma questo dato politico non cambia la realtà dei fatti. Drammaticamente aggravata dalla tragedia del terremoto. Che però, paradossalmente, potrebbe spingere il premier a un cambio di passo. Non proporsi più su più proclami e slide, ma con fatti - in questo caso imposti dall’emergenza. Non contare più sull’immagine del rottamatore rampante, ma su quella del costruttore paziente. Non trasformare ogni evento in un referendum istantaneo su se stesso, ma pensare al medio e lungo periodo anche scontando qualche sorriso in meno nei selfie. Nel campo dell’economia non bastano manovre tattiche e pezzette a colori. I dati di ieri dicono che la produzione va male, soprattutto nell’industria (meno 0,6%), mentre tengono un po’ agricoltura (più 0,5) e servizi (più 0,2). Ma anche tra questi ultimi, al contributo positivo di commercio, trasporti, alloggio e attività professionali fa da contraltare un calo delle attività finanziarie e assicurative - l’onda della crisi delle banche si fa sentire. Soprattutto, tornano in zona negativa gli investimenti (meno 0,3%). L’allarme sugli investimenti è generalizzato, riguarda gran parte del mondo ricco: il Fondo monetario, con una svolta rispetto alla sua linea di pensiero, ha invitato i governi a fare investimenti pubblici, come ricetta per reagire al declino. Da noi, la componente pubblica della domanda e degli investimenti è quella che è scesa di più.

Ce n’è abbastanza per . mettere in discussione il principio-guida della politica economica sin qui seguita: la strategia dei bonus, basata sull’idea che infilando un po’ di soldi nelle tasche dei cittadini (ed elettori), o defiscalizzando a pioggia, consumatori e imprese avrebbero pensato da sé a riaccendere i motori dell’economia. Così non è stato. Non basta cambiare i contratti per creare lavoro, né dare qualche regalino agli imprenditori perché questi ricomincino a rischiare e investire sul futuro. Se avessimo usato le stesse risorse in modo mirato, e scelto anche di fare investimenti pubblici diretti, utili, l’impatto sull’economia sarebbe stato più rapido e promettente. Adesso ci saremo quasi costretti, poiché la tragedia del centro Italia chiama a un piano di interventi che solo il pubblico può fare: in primo luogo per rimediare alla vergogna per cui i suoi edifici, ospedali

 

tribunali scuole e prefetture, sono spesso i più insicuri. Se questa è la priorità, in suo nome - oltre che battere cassa in Europa, ripetendo uno scenario già visto - si possono rimettere in discussione politiche che non hanno avuto gli effetti sperati.

Aggiungi un commento