Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Patente a punti flop

Mercoledì, 16 Dicembre 2009

Abbiamo ripreso a correre come prima, più di prima. Ma non è una buona notizia: è il bilancio della patente a punti a sei anni dalla sua introduzione. Anni e anni di discussioni, modifiche, ricorsi, contapunti e salvapunti. Al termine dei quali, i numeri registrano il fallimento: le infrazioni per eccesso di velocità, crollate nei mesi in cui si annunciava il nuovo sistema, sono tornate poi man mano a crescere, e nel 2009 stiamo di nuovo ai livelli altissimi che c’erano prima che l’Italia importasse da altri paesi il meccanismo dei “punti”. Declinandolo a modo suo, svuotandolo dall’interno e rendendolo pian piano del tutto inefficace. Perché la versione italiana della patente a punti non ha tenuto conto della psicologia e della furbizia dell’homo economicus al volante. E non è stata accompagnata da un aumento dei controlli, ma al contrario da una loro diminuzione. E’ quanto afferma uno studio dedicato proprio alla patente a punti, pubblicato su “Mercato, concorrenza e regole” (Il Mulino, 2009), nel quale i due economisti Simona Benedettini e Antonio Nicita leggono la storia italiana della patente a punti infilando i dati della Polizia stradale dentro un modello econometrico. E cercando di capire, alla luce delle teorie del premio Nobel Gary Becker, perché ovunque la patente a punti ha funzionato, e da noi no. Una storia illuminante, mentre in parlamento torna allo scoperto il fronte dei “velocisti”, con la proposta leghista, già accettata dal ministro Matteoli, di alzare a 150 chilometri all’ora il limite di velocità in tutti i tratti autostradali a tre corsie con il tutor.
Le cifre del fallimento
All’inizio, ci avevamo creduto. Correva l’anno 2001, e all’inizio della primavera sulle strade  è successo qualcosa. Nel giro di poche settimane, le infrazioni per eccesso di velocità sono crollate. A marzo 2001 erano quasi 60mila, a giugno meno di 20mila, nell’agosto degli esodi poco più di 21mila. I dati analizzati nello studio provengono dalla Polizia, e rendono conto di tutti i controlli sulla rete autostradale e di una buona parte di quelli su strade statali, provinciali, comunali. Ci dicono che un primo effetto la patente a punti l’aveva avuto: ma, paradossalmente, ben prima della sua entrata in vigore effettiva, quando ancora non era legge ma riempiva di titoli giornali e tv. A marzo infatti era stata approvata dal parlamento la legge delega per introdurre i punti, i relativi decreti con l’entrata in vigore effettiva della legge sarebbero arrivati solo due anni dopo. Eppure, l’effetto annuncio è stato potente, gli italiani hanno ridotto la velocità per tutto il 2001, e ancora nell’anno successivo, per poi man mano ricominciare ad accelerare. Ecco il primo risultato, paradossale, dello studio: il suo maggiore effetto la patente a punti l’ha avuto quando ancora non c’era, nell’attesa dei decreti delegati che dovevano introdurla nell’ordinamento.
E infatti, mentre i tecnici del ministero scrivono le norme, le infrazioni per eccesso di velocità riprendono quota fino all’estate 2003: a luglio, mese di entrata in vigore effettivo della patente a punti, siamo a quota 41mila. Poi, per paura della nuova legge, riprendono a scendere attorno alle 30.000 al mese. Ma con l’autunno già finisce l’effetto-punti e ricomincia l’ascesa: una scalata graduale, che finisce mese dopo mese per riportarci ai livelli del marzo 2001. Nell’estate dell’anno scorso, si torna a sfondare quota 50.000, arrivando a 55.812 nell’agosto. E se, per essere più precisi e depurare i dati da un eventuale effetto-traffico, si guarda ai numeri delle infrazioni divise per le auto in circolazione, la dinamica non cambia. Conclusione: “nel complesso si può affermare che la patente a punti non ha influito sui comportamenti dei guidatori italiani, se non in via transitoria e solo per talune infrazioni”. Tra queste, purtroppo, non c’è l’eccesso di velocità, principale responsabile - secondo il Rapporto Aci-Istat - del tasso di mortalità sulle autostrade, e dunque del fatto che deteniamo tra i paesi europei il triste primato del più alto numero di incidenti automobilistici mortali.
I punti non fanno paura
Come mai? Cos’è successo sulle strade e nelle automobili? E’ una storia italiana, ma i due economisti la chiamano anche una storia “beckeriana”. Poiché il comportamento del guidatore italiano medio sembra rientrare in quel modello descritto da Becker, secondo il quale anche la decisione di rispettare o no una legge dipende da valutazioni economiche: quanto mi costa farlo, quanto rischio nel non farlo. Può sembrare cinico o opportunistico, ma a quanto pare il modello si attaglia perfettamente agli italiani al volante. Giacché nella storia della patente a punti quello che gli economisti chiamano “il prezzo dell’azione illegale” si è man mano abbassato.  Già in partenza, il meccanismo italiano si è presentato come più benevolo rispetto ad altri: perché dà a ciascun automobilista una “dote” iniziale di punti, perché periodicamente premia con altri punti gli automobilisti virtuosi (o meglio, quelli che non sono stati scoperti a fare infrazioni), perché anche quando i punti finiscono l’automobilista ha un mese di tempo per fare la revisione della patente, mentre in altri paesi al momento dell’esaurimento di punti il ritiro della patente è automatico, e il guidatore “pericoloso” sparisce dalle strade. Gli automobilisti italiani, scrivono i due economisti, ci hanno messo un po’ per capire come funzionava il meccanismo, ma poi man mano hanno realizzato che il “costo-opportunità” non era poi così proibitivo: insomma, che sulle strade non stava cambiando molto. Anche perché - secondo elemento, di grande importanza nella valutazione dell’enforcement di una legge - nel frattempo sulle autostrade italiane non si stringevano affatto i controlli. Anzi. Il numero complessivo di pattuglie e autovelox sulle autostrade è rimasto pressoché costante per i primi anni, e poi si è ridotto.
Nonostante il fatto che i controlli non sono aumentati - anzi si sono ridotti -, è cresciuto il numero dei punti complessivamente sottratti negli anni agli automobilisti italiani: sugli 8-9 milioni all’anno, con un picco di 9 milioni e 912mila nel 2007. E soprattutto, nota lo studio, è cresciuto il rapporto tra i punti tolti e le infrazioni: il che vuol dire che sono diminuite le infrazioni più leggere, mentre è cresciuto il peso di quelle che comportano maggiori decurtazioni di punti, che poi sono le più pericolose - come l’eccesso di velocità, che nei primi sei mesi del 2009 ha pesato per il 34% dei punti sottratti. Una chiara dimostrazione del fatto che il meccanismo dei punti non ha funzionato da deterrente.
Come se non bastasse, a un certo punto è arrivato il regalo del salvapunti: sulla scia di una sentenza della Cassazione, nell’ottobre 2006 arriva per decreto la possibilità di barattare la decurtazione dei punti con soldi. Basta dichiarare che non si era alla guida della propria auto al momento dell’infrazione, e pagare una sanzione monetaria per evitare il taglio dei punti. Un decreto che - scrivono i due economisti - “ha indebolito, se non annullato, la capacità della Polizia stradale di distinguere tra guidatori virtuosi e non”. Tra chi guida sempre nei limiti e chi è recidivo all’acceleratore a tavoletta. Tra gli scopi della patente a punti, infatti, oltre che quello di incentivare comportamenti più sicuri e richiamare l’attenzione degli automobilisti, c’era anche quello di chiudere le strade (più o meno provvisoriamente) a chi sistematicamente corre troppo. Confronti internazionali, con altri paesi nei quali il meccanismo dei punti ha funzionato, indicano un abbattimento drastico dei tassi di mortalità sulle strade in seguito all’aumentare delle patenti sospese, cioè “del numero di guidatori pericolosi rimossi dalle strade”. La paura di perdere - anche per poco - la potestà dell’automobile è infatti un deterrente formidabile; che però, grazie ai meccanismi del sistema italiano, non ha mai turbato i nostri collezionisti di punti al volante.
Pubblicato sull'Espresso n. 50/2009

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