Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Pd, roccaforte in centro (storico)

Martedì, 07 Giugno 2016

Articolo scritto per i giornali locali del gruppo Espresso

Nel centro storico di Roma e nel quartiere Parioli-Nomentano, le due nuove roccaforti “rosse” - le uniche circoscrizioni nelle quali il candidato Giachetti si è classificato primo – il reddito medio supera quello medio dei romani, rispettivamente, di 20mila e di 15mila euro. Nelle tre zone nelle quali il reddito è al di sotto di quello medio cittadino, la giovane Raggi ha incassato percentuali dal 37% (Portuense e Centocelle) al 41,2% (Tor Bella Monaca). Basterebbero questi dati (presi da una interessante ricerca prodotta qualche mese fa dal centro Rur di Giuseppe Roma) per dire che, qualunque cosa affermi il suo leader e comunque vadano i ballottaggi, il Pd ha un problema grande come una casa.

Ma se ne possono aggiungere altri, tratti dallo stesso rapporto: per esempio, notare che nelle nuove roccaforti democratiche l'indice di vecchiaia è il più alto dell'intera città. Nel centro storico ci sono più di due ultrasessantacinquenni per ogni ragazzo sotto i 14; ai Parioli il rapporto tra over 65 e ragazzetti “scende” a 2, mentre nella media della città è 1,5. Non solo: si tratta anche dei quartieri meno abitati, dunque con meno voti assoluti da contare.

Maturi e benestanti, nonché arroccati in zone dove è difficilissimo comprare o affittare una casa. E' questo l'identikit degli elettori del pd? Ma cosa vuol dire allora quella sigla, partito dei dirigenti? Uno sguardo ai dati milanesi sembrerebbe confermare, con i due candidati vicinissimi, ma Sala più avanti nelle zone centrali, in quelle borghesi e trendy (Città studi), e con la perdita di roccaforti storiche della Milano ex-operaia e popolare. La svolta non è di oggi, e nemmeno di ieri. I tempi dei sindaci rossi delle periferie sono lontani, e il divorzio tra gli eredi della sinistra e le classi sociali più subalterne è ormai consumato: basti pensare alla montagna di scritti sugli operai del Nord che votavano per la Lega pur avendo in tasca la tessera della Fiom. E, per stare a esempi più recenti, alla mappa del voto austriaco, con le zone più popolari e povere dominate dall'estrema destra nazionalista.

Ma qui c'è qualcosa di più. Matteo Renzi ha scalato il Pd e il governo proprio per contrastare questa tendenza declinante; ha scalzato Letta, visto come freddo e tecnocratico, promettendo calore e iniezioni di denaro (80 euro, abolizione della tassa sulla prima casa); ha provato, per dirla con il sociologo Marco Revelli, a rubare il terreno ai populisti assumendo un look da “populista di governo”, che sta “contro e dentro”. A giudicare dal voto di domenica, l'operazione non è riuscita. Numericamente, il popolo sta coi populisti (che siano ora all'opposizione, come i Cinque stelle, o già al governo, come De Magistris): e non dovrebbe essere una sorpresa. Si potrebbe dire che questo succede perché è stato sbagliato demonizzare i cosiddetti populisti, e che ogni attacco all'incompetenza di Virginia Raggi era un ulteriore punto a suo favore. Ma forse quel che è più sbagliato è sottovalutare i fatti e sopravvalutare le loro narrazioni. Per stare solo alle politiche economiche, le manovre di spesa pubblica espansive di Renzi non hanno aiutato chi aveva più bisogno, rincorrendo invece un ceto medio già disfatto. Gli “incapienti”, troppo poveri per avere gli 80 euro, forse erano troppo poveri anche per apprezzare la nuova narrazione del Pd. Ma anche i piccoli proprietari di case magari erano più preoccupati dal lavoro dei propri figli che dalla Tasi da pagare: in ogni caso, non hanno percepito l'alleggerimento fiscale né hanno ringraziato nell'urna. Certo, poi ci sono le specificità locali, la lunghissima disfatta del pd romano e la tristissima fine di quello napoletano. Ma la tendenza generale, almeno al primo colpo d'occhio del voto di domenica, va al di là delle singole città. E racconta di un partito – o meglio, di una classe dirigente – che ha lasciato andare la prima parte dell'aggettivo che lo qualifica, il demos, il popolo: non perché non lo ha corteggiato o rincorso abbastanza, ma perché ne ha ignorato i problemi concreti e quotidiani. Che certo sono complicati, che ovviamente aprono conflitti e chiedono scelte difficili; ma che difficilmente si possono consegnare, per un nuovo salvifico balzo in avanti, all'ingegneria della riforma costituzionale.  

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