Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Pd, se il partito è al maschile non è questione di quote

Martedì, 21 Febbraio 2017

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Per la grammatica, il partito è un sostantivo maschile singolare.  La scissione, invece, è un nome femminile. Così anche l’assemblea. Ma nell’ultima vicenda che ha occupato le cronache politiche nel centrosinistra, i nomi propri sono tutti maschili: Matteo (due volte: Renzi e Orfini), Michele (Emiliano), Pierluigi (Bersani), Roberto (Speranza), Enrico (Rossi). Dietro le quinte, Massimo (D’Alema). A sorpresa, tra gli oratori di peso, Walter (Veltroni). In low profile, il capo del governo, Paolo (Gentiloni). Mentre, molti chilometri più su, in quel di Rimini nasceva Sinistra Italiana, affidandosi a un Nicola (Fratoianni), con la separazione annunciata di un Antonio (Scotto). Nel mezzo, il campo progressista di Giuliano (Pisapia). La sinistra e i suoi eredi hanno tanti problemi, evidenti. Più uno, mastodontico ma ignorato: sono scomparse le donne.

Intendiamoci, le donne ci sono, nelle foto di gruppo del poco comprensibile dramma dell’Hotel Parco dei Principi come tra gli interventi. Ma non danno titolo, e stavolta non si può dare la colpa ai giornalisti. Hanno parlato in diverse, domenica all’assemblea del Pd, e chi ha avuto la pazienza di ascoltare tutta la discussione ha potuto sentire l’accorato intervento di Teresa Bellanova, forte della sua biografia (viene dal mondo del lavoro manuale, ed è una rarità) e della pratica quotidiana delle crisi aziendali al ministero dello Sviluppo; così come quello di Ileana Argentin, forte nel pretendere che non la si valuti per la sua sedia a rotelle ma per quel che dice e che fa. E poi c’è una segreteria paritaria, e una vicesegretaria donna, Debora Serracchiani. E ancora: ministre di peso, dall’Istruzione alla Difesa ai Rapporti con il parlamento. Il Pd resta il partito che, grazie alle regole interne che si è dato e alla composizione delle liste, ha la maggiore percentuale di donne in parlamento: il 41% degli eletti, in una Camera che ha un record storico per l’Italia, con il 31,4% di presenza femminile – una quota che ci ha portato a livelli europei, laddove prima eravamo in coda, grazie anche alla carica delle pentastellate, presenti nelle truppe grilline al 38%. Eppure, tornando al Pd: non c’è stata una donna che abbia pensato di potersi o volersi candidare in questa fase convulsa della vita del partito, sulla prima linea; né che abbia un peso evidente nelle seconde linee, nelle poco onorevoli trame come nella cura di quei rapporti lacerati di una classe dirigente che, piaccia o no, rappresenta al momento il maggior partito italiano.

Come mai? La storia della presenza delle donne in politica è allo stesso tempo breve – abbiamo appena festeggiato i 70 anni dal diritto di voto – e lunga per la lentezza con la quale sono stati rotti i tetti di cristallo nelle istituzioni. La politica di palazzo è rimasta a lungo più chiusa di altri posti nell’economia e nella società. Ma non può essere questa l’unica spiegazione, soprattutto per un partito che viene dalla storia della sinistra. Si potrebbe allora pensare che le donne potenti del pd si sono volontariamente tirate indietro, scegliendo di non giocare alla guerra, di dedicarsi a incombenze più serie e intanto assistere in silenzio alla rissa tra galletti: spiegazione molto benevola, considerando che alcune di esse fino a qualche mese fa erano le più esposte in contrapposizioni frontali – come Maria Elena Boschi -, ma forse con qualche fondo di verità. O ancora, che con il proporzionale è tornato tutto il “vecchio” della politica italiana, e in questo c’è anche la prevalenza maschile nei giochi di potere.

Ma qualunque ne sia la causa, non è una cosa positiva. La destra xenofoba in Germania e Francia ha due leader donne. Nel Regno Unito, a cercare di trasformare in realtà il nazionalismo nostalgico della Brexit, c’è una donna. Anche in Italia la destra nazionale ha un volto femminile popolare, quello di Giorgia Meloni. Non è questione di quote, ma di identità: se il partito che ha fatto della democrazia paritaria la sua bandiera si trova senza donne desiderose di scalarlo, governarlo, o almeno salvaguardarlo, un problema c’è.

 

Aggiungi un commento