Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Pensioni, un Paese spaccato a metà

Lunedì, 12 Settembre 2016

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso il 12 settembre 2016

Fino a qualche tempo fa le pensioni degli italiani sembravano una bomba pronta a esplodere e l’obiettivo principale dei governi era far lavorare la gente più a lungo. In poco tempo, la situazione è cambiata. Per la prossima manovra economica si studia un meccanismo per anticipare l’uscita dal lavoro; e il presidente dell’Inps Tito Boeri fa sapere che non c’è un problema di sostenibilità finanziaria della previdenza. Lo stesso Boeri aggiunge però che c’è un altro problema più grande che il sistema pensionistico deve affrontare, ed è quello della sua equità.

L’equilibrio del sistema previdenziale dipende da tanti fattori: certamente dalle riforme degli anni scorsi, che hanno aumentato l’età e cambiato le regole di calcolo; ma anche dalla demografia e dall’economia. Si sono cambiate le regole guardando agli equilibri demografici; ma sapendo che nessuna legge può imporre alle imprese di assumere, e dunque l’equilibrio tra le uscite – le pensioni che si erogano – e le entrate – i contributi – dipenderà dall’uscita dalla lunga crisi economica. In assenza di ripresa, l’unico modo per smuovere un po’ il mercato del lavoro e far entrare i giovani è “liberare” i posti dei più anziani: di qui lo strano contrordine che caratterizza la manovra in corso, con la quale si darà a una fascia di lavoratori la possibilità di anticipare la pensione rinunciando (attraverso il prestito bancario) a una parte dell’assegno. Non dovrebbero rimetterci i più svantaggiati, per esempio i lavoratori cassintegrati o a bassissimo reddito; ma dai mille euro in su l’operazione avrà costi crescenti. Sarà dunque più probabile che dell’anticipo usufruiscano i lavoratori a più alto reddito, per i quali è più facile rinunciare a una parte della pensione.

Quando parla di equità però il presidente dell’Inps non si riferisce a questo nuovo meccanismo. Ma torna su un suo vecchio cavallo di battaglia: i trattamenti di coloro che, stante il vecchio sistema, hanno pagato pochi contributi per avere pensioni d’oro. Si tratta di ex lavoratori a reddito medio-alto (professori universitari, magistrati, dirigenti, per esempio), e di politici nazionali e locali, titolari di vitalizi maturati magari per aver ricoperto cariche pubbliche per pochissimo tempo. Anche se l’attacco alle “pensioni d’oro” è molto popolare, va detto che le due categorie di “privilegio” sono diverse, poiché nel primo caso si tratta dell’applicazione delle regole generali che c’erano negli anni in cui quelle persone lavoravano (a meno di non voler considerare un privilegio il fatto stesso di guadagnare bene: ma allora perché non chiamare a un contributo di solidarietà tutti i redditi più alti, da lavoro o da pensione che siano?); nell’altro di regole ad hoc, fatte spesso dalle stesse persone che ne usufruivano e ne usufruiscono. Da quando è stato nominato Boeri chiama il governo a mettere mano alle pensioni alte, ma non viene ascoltato: Poletti e Renzi conoscevano il pensiero del professore bocconiano e dunque, a meno di non volerlo usare solo come fiore all’occhiello, non si capisce perché lo abbiano chiamato.

Adesso, il richiamo di Boeri piomba sulla trattativa convulsa che precede la manovra economica, con il governo in fase pre-elettorale tutto teso a ridurre al minimo gli scontenti e massimizzare il consenso. Non a caso sta scomparendo nelle nebbie il proposito di tagliare chirurgicamente la spesa pubblica improduttiva, e la spending review esce dalle agende. Un clima che non agevola riforme profonde, come quelle invocate da Boeri e come le altre che servirebbero per rendere più equo il sistema delle pensioni. La cui iniquità maggiore è quella che si sta formando e che spacca in due il Paese, tra le generazioni che hanno avuto e (a breve) avranno la pensione e quelle che possono scordarsela; tra chi ha avuto continuità lavorativa e dunque contributiva, e chi spezzetta il proprio lavoro nel tempo e nello spazio, cominciando tardi e poi guadagnando poco. Proprio Boeri l’altro giorno ha detto che i nati nell’80 rischiano di andare in pensione a 75 anni. E allora sì che il sistema, oltre che essere profondamente iniquo, si rivelerà anche insostenibile. Non per le casse, ma per le persone.

 

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