Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Perché le borse non piangono per Renzi

Martedì, 06 Dicembre 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

 Meno 0,21. Tra i quasi venti punti di differenza che tra i No e i Sì che hanno prepensionato il governo Renzi e la percentuale da prefisso telefonico delle perdite della Borsa di Milano c’è un abisso. Lo stesso che separa le previsioni allarmistiche della vigilia sulle conseguenze finanziarie di una eventuale sconfitta dei Sì dalla calma piatta che ha caratterizzato tutti quegli indicatori ai quali solitamente si dà peso: primo tra tutti, quello dello spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi, che ha aperto il lunedì del dopo-voto con un piccolo sussulto (dai 161 punti base di venerdì a 172) per poi ridimensionarsi,  a fine giornata, attorno ai 166 punti. Il che non vuol dire che possiamo dormire sonni tranquilli: solo che, oggi come alla vigilia del voto, a preoccupare sono alcuni nodi irrisolti dell’economia pubblica e privata italiana, più che l’impatto politico del referendum.

Padoan, il candidato assente. CoIl ministro dell’Economia Piercarlo Padoan ha avuto un buon motivo per non presentarsi a un incontro difficilissimo: quello dell’eurogruppo di ieri mattina, appuntamento al quale era stato rinviato il redde rationem sulla legge di stabilità 2017. La giustificazione gliel’ha scritta il premier in persona, annunciando le sue dimissioni nella notte tra domenica e lunedì. Senza infierire sull’assenza, l’Eurogruppo però ha messo tutti i puntini sulle “i”: la manovra a Bruxelles non va bene, vanno prese “le misure necessarie” per tornare sul sentiero del patto di stabilità. Tra le righe si legge: manovra correttiva. “E’ impossibile chiedere adesso all’Italia di impegnarsi in misure aggiuntive”, ha detto il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem: frase nella quale la notizia sta nell’avverbio, adesso, che lascia intendere che il conto sarà presentato al prossimo governo. E quanto sarà salato dipenderà anche dal gradimento dello stesso: non è un mistero che la tecnocrazia europea gradirebbe un governo Padoan, che potrebbe far sperare in un maggiore rigore. Ipotesi che comunque fa a pugni con la fase di nuova campagna elettorale che già si è aperta.

Mercati. Nonostante la grande incertezza di tutti gli scenari, non c’è stata alcuna “fine di mondo”, e neanche quelle montagne russe alle quali gli analisti più esperti comunque si preparavano. Questo dipende in parte dal fatto che i sondaggi già circolavano e i mercati avevano già scontato in anticipo quel che poteva succedere. Ma potrebbe essere dovuto anche al fatto che le previsioni sull’effetto destabilizzante della caduta di Renzi erano un po’ esagerate. Un governo tecnico potrebbe essere anche più gradito ai mercati. E mettere mano a quelle decisioni rinviate o congelate proprio in vista del voto. Tra queste, il bubbone delle banche, a partire dal Montepaschi: il piano di ricapitalizzazione sponsorizzato dal governo Renzi stava andando a rilento, e adesso se ne vede il potenziale fallimento. Più d’un operatore prevede, come possibile primo atto di un governo tecnico, quello di una temporanea nazionalizzazione della banca. Quanto alla speculazione sugli spread, questa è un po’ depotenziata dallo scudo di Draghi che ancora tiene: ed è alle prossime mosse della Bce, più ancora che su quelle dei partiti italiani, che si guarda per capire cosa succederà.

Lo spettro del 2011. Se la caduta di Renzi non è stata in alcun modo accompagnata dal dramma economico-finanziario che ha caratterizzato quella di Berlusconi nel 2011, lo si deve in gran parte all’ombrello protettivo della Bce e alla stessa debolezza politica dell’Unione, alle prese con i demolitori in ogni Paese. Ma qualcosa di simile potrebbe verificarsi non sui mercati bensì sulla scena politica, se l’establishment europeo e quello italiano convergeranno verso una soluzione “tecnica” forte, non solo un governo di transizione. Un referendum caratterizzato da un’altissima partecipazione democratica sarebbe però in questo caso usato per dare ancora una volta una soluzione alla crisi tutta interna al sistema, evitando di anticipare il voto. È indubbio il fascino di questa ipotesi presso gli ambienti economici, più incerto è il giudizio sulla sua utilità allo scopo che più agli stessi ambienti interessa: depotenziare il voto di protesta, in particolare al M5S. Che invece, con tutta probabilità, lucrerebbe ancora più ampia popolarità da questa soluzione. 

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