Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Pioggia di piccole mance per sopravvivere al voto

Giovedì, 30 Novembre 2017

Articolo scritto per i giornali locali del gruppo Espresso

Una pioggerellina di piccole mance che preannuncia la promessa di grandi mance che già è partita con la campagna elettorale. La coincidenza tra la chiusura dell’ultima legge di bilancio della legislatura che chiude e le grandi manovre per la prossima non è esaltante. Oltre a mettere a dura prova i nervi dei soliti censori di Bruxelles – in quello che però è ormai un gioco delle parti, visto che da diversi anni pur senza sconfessare in linea di principio l’austerità ci si ingegna a trovare i modi per concedere margini di flessibilità ai governi in carica per contrastare l’onda dei “populismi” -, sfida la memoria degli elettori riluttanti: ma questo bonus, non ce l’avevano già dato? E vale di più un bonus bebè rinnovato e dimezzato, o quello che c’era prima? L’abbonamento per il trasporto pubblico, che dall’anno prossimo si potrà detrarre, non si poteva già sottrarre dalle tasse qualche anno fa? E pesa di più il mezzo superticket tolto, o il patto di stabilità sugli enti locali che resta?

In tutta questa confusione, è necessario tornare ai grandi numeri della manovra per cercare di capire l’indirizzo di fondo. Che è rimasto quello impostato da Padoan, guardiano dei “saldi di bilancio”: il massimo sforzo viene fatto per evitare che aumenti l’Iva, dunque è uno scampato pericolo e non una manna dal cielo. Un altro grosso capitolo sono i fondi per il rinnovo del contratto del pubblico impiego: anche qui, si potrà dire che si tratta di un provvedimento elettoralistico, ma non si deve dimenticare che rinnovare i contratti scaduti è un dovere e un impegno di ogni datore di lavoro. Padoan ha tenuto duro anche sulla clausola sull’aumento dell’età pensionabile, legata alle migliori aspettative di vita: sono passate solo alcune eccezioni per i lavori più gravosi, per una spesa supplementare di soli 12 milioni (è stato dato molto di più ai forestali calabri, 130 milioni). Il tutto, finanziato con l’extra deficit concesso dalla Commissione Ue e con le presunte entrare della lotta all’evasione. Insomma, senza “lacrime”, come ha detto il ministro dell’economia che, mantenendo comunque gli impegni presi con Bruxelles, ha ribadito le sue doti di tecnico-diplomatico che potrebbero valergli anche una nomina importante alla guida dell’eurogruppo.

Ma anche una volta chiariti i capitoli fondamentali, rispetto ai quali la miriade di microprovvedimenti della prima e dell’ultimora è solo contorno, resta sbiadita la linea politica di fondo. Perché non c’è: non è la “politica della domanda”, una forte iniezione keynesiana di potere d’acquisto nelle tasche degli italiani, che era invocata nel pieno della crisi e che in parte è stata tentata con il primo Renzi, il bonus di 80 euro in busta paga per i redditi medio-bassi (ma non bassissimi); non è la “politica dell’offerta”, sponsorizzata di più dai pensatori liberali, ossia una decisa riduzione delle tasse, soprattutto sulle imprese, sempre promessa ma ferma perché non si saprebbe come colmare i conseguenti buchi nel bilancio. La prima è diventata un po’ la macchietta di se stessa, con l’espansione della ricetta-bonus a qualsiasi problema, sempre con il numero magico di 80: quando promette di allargare gli 80 euro a tutte le famiglie con figli, Renzi non sa o non dice che così si finirebbe per premiare anche i titolari di redditi e patrimoni alti, purché prolifici; quando ripete che il taglio delle tasse si autofinanzia, citando l’economista Martino che copiava Reagan, Berlusconi non sa o non dice che il miracolo per cui se si riducono le tasse aumenta il gettito (perché l’economia va meglio e si produce di più) finora in terra non s’è visto, e che quella ricetta ha prodotto alcune delle maggiori crisi fiscali della storia recente.

Mentre le lobby che sono state attivamente all’opera nelle ultime settimane sanno benissimo chi ringraziare e per cosa, i cittadini e gli elettori comuni lo sanno molto meno. È stupefacente il senso di irrealtà dei politici, che pensano di rincorrere con queste mance una disaffezione crescente. Per coincidenza, mentre in parlamento si chiudeva la manovra 2018 dall’Istat arrivavano alcuni squarci di realtà da affrontare in modo non propagandistico. La riduzione delle nascite, non dovuta a scelta ma a necessità: solo l’1,8% delle donne senza figli dichiara che avere figli non rientra le proprio progetto di vita, tutte le altre stanno rinviando o hanno rinunciato per mancanza di mezzi, ossia casa e lavoro. La nuova emigrazione degli italiani, all’estero (81.000 persone con più di 24 anni se ne sono andate l’anno scorso, 25.000 i laureati) e dal Sud verso il Nord. Numeri di un’emergenza che sopravvive alla crisi, che ha lasciato cicatrici aperte. E che non può essere tamponata con slogan irrealizzabili, o con bluff che chi deve – o dovrebbe – andare a votare ha già visto.

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