Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Poste, la gallina dalle uova d'oro

Martedì, 13 Ottobre 2015

Articolo pubblicato il 13 ottobre sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Dai libretti postali aperti da nonni e zii premurosi ai neonati più fortunati, alle file nel giorno della pensione. Dalla culla alla tomba, le Poste sono sempre state una cosa importante. Presidiano il territorio, con 13mila uffici che arrivano fino in paesini così piccoli da essere rimasti senza scuole e senza parroco: come i carabinieri, le Poste ci sono. Danno lavoro a ben 142.000 dipendenti: non c’è bisogno di tornare ai tempi in cui erano un feudo democristiano e si assumevano postini geolocalizzati nel luogo di nascita del ministro di turno, per capire che ancora oggi sono un bel serbatoio di lavoro. Sono familiari a tutti, italiani e immigrati: i conti correnti postali sono ben 6 milioni e duecentomila. Tutti motivi per dire che l’operazione che è partita da ieri e finirà il 26 ottobre con la quotazione in borsa delle Poste italiane riguarda tutti, non solo i futuri azionisti o gli attuali dipendenti o il soddisfatto proprietario, ossia il governo. Perché è vero che, per citare la pubblicità delle Poste, “cambiare è il modo migliore che abbiamo per crescere”: ma questo cambiamento andrà bene a tutti?

Tanto per cominciare, sarebbe bene non parlare di “privatizzazione delle Poste”. Non è una privatizzazione, e non si tratta solo di posta. Non è una privatizzazione perché non ci sarà un privato, o una massa di privati azionisti, che assumerà il controllo della società: lo Stato resta il maggiore azionista, non scenderà sotto il 60%, e dunque controllerà ancora la società. Tant’è che l’agenzia di rating Fitch ha confermato una buona pagella alle Poste che vanno sul mercato, dicendo che in sostanza si può stare sicuri perché lo Stato proprietario garantirà sempre la solvibilità. Se lo Stato mette sul mercato un po’ meno della metà delle Poste, non è per cedere il controllo ma per incassare un po’ di soldi, circa 4 miliardi, che andranno a ridurre il monte del debito pubblico – sia pure di pochissimo, vista la mole del debito stesso. Ma cosa sta vendendo, sia pure solo in parte, lo Stato, che poi siamo tutti noi? A dispetto del nome, le Poste ricavano dai servizi postali solo il 15% del totale. Il resto viene dai servizi bancari e assicurativi. Sono le polizze vita la vera gallina dalle uova d’oro delle Poste, e pensano per più dei due terzi del fatturato totale. Insomma, le Poste sono un gigantesco agglomerato che ha nella pancia cose molto diverse tra loro: la parte tradizionale e postale è quella più pesante e un po’ rischiosa, sia perché deve garantire il servizio universale a tutti, sia perché ha la concorrenza agguerrita dei giganti privati del recapito (in un settore sempre più cruciale, con lo sviluppo dell’e-commerce); mentre la parte assicurativa e quella bancaria vanno alla grande, proprio grazie alla rete capillare delle vecchie Poste: dove altro la si trova, un’assicurazione o una banca con gli sportelli aperti anche nei paesini di duemila abitanti?

Adesso, con la vendita delle azioni e la necessità di garantire un dividendo appetibile, c’è chi dice che le diverse parti del conglomerato Poste entreranno in conflitto: in particolare, si teme il taglio degli sportelli, il sacrificio delle attività postali “povere”. Già si è cominciato, con l’aumento delle tariffe e l’avvio in 5.000 comuni del nord della consegna a giorni alterni. Spariranno gli uffici piccoli, per sfamare i nuovi azionisti? In realtà questo scenario non è così semplice, sia perché, come si è detto prima, è proprio la capillarità della rete delle Poste ad aver fatto la fortuna dei suoi servizi finanziari; sia perché lo vietano le stesse regole del servizio postale universale, in particolare la direttiva europea. Ma potrebbe verificarsi anche lo scenario contrario, a causa della commistione tra attività di servizio pubblico e attività profit: che siano queste ultime a prendersi una fetta, grande o piccola, di quel che lo Stato passa, o dovrebbe passare, alle Poste per arrivare ovunque. Ma prendere una strada diversa e più limpida – separare il servizio pubblico dalle attività ‘profit’ e vendere solo queste – sarebbe stato meno conveniente per il governo, che avrebbe incassato di meno e avrebbe perso il controllo della gallina dalle uova d’oro.

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