Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Quelli che la scuola perde di vista

Lunedì, 26 Settembre 2016

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso il 26 settembre 2016

Togli i numeri, rimetti le lettere.  Metti la terza prova, ritogli la terza prova. Membri esterni, membri interni. La riforma della scuola è un po’ come quella delle pensioni: l’eterna incompiuta, ogni anno si ricomincia. Così anche quest’anno si parla di nuove modifiche all’ordinamento scolastico. Dai lavori della commissione che deve partorire una delle tante deleghe della cosiddetta “buona scuola” (riforma varata, è bene ricordare, due anni fa), è uscita nei giorni scorsi una indiscrezione che fa discutere: sarà proibito bocciare alle elementari, e sarà difficilissimo farlo alle medie. E di nuovo parte il dibattito: se sia giusta la promozione per tutti, se non stiamo a una riedizione del vecchio “6 politico”, se non stiamo perdendo troppo in severità e selettività. Dibattito che parte con il piede sbagliato, concentrandosi sui dettagli – così come la riforma stessa, che non a caso, dicono altre indiscrezioni, interverrà di nuovo anche su altri elementi di contorno, come la sostituzione dei numeri con le lettere nella scuola dell’obbligo, la riduzione da tre a due delle prove scritte alla maturità e l’introduzione di una prova unica Invalsi negli stessi esami.

Di cosa stiamo parlando? Alle scuole elementari la bocciatura è già, di fatto, quasi inesistente, alle medie cresce un po’ ma non supera il 2,6% degli studenti. È vero che, soprattutto alle medie, si comincia a vedere l’effetto della più robusta presenza di ragazzi di cittadinanza non italiana: tant’è che nelle regioni con più alta immigrazione le percentuali di bocciati alle medie sono leggermente superiori, attorno al 3,4-3,5%. Ma certo non stiamo parlando di un’emergenza. Semmai l’emergenza è un’altra, ereditata dal secolo scorso e non risolta: è la dispersione scolastica, malattia che esplode alle superiori ma si comincia a incubare nella scuola dell’obbligo.  Secondo i dati Eurostat, abbiamo il 17% di “early school leavers” – ragazzi tra i 18 e 24 anni che non hanno completato le scuole superiori -, contro un obiettivo europeo del 10% entro il 2020. Ma ci sono studi più approfonditi che, misurando più attentamente gli abbandoni, dicono che in realtà l’Italia è almeno di dieci punti sopra quel già alto 17%. I “dispersi” sono in prevalenza maschi, e hanno buone probabilità di finire nell’esercito dei Neet, quelli che non studiano e non lavorano.

Di fronte a questo fenomeno, che è un male assoluto per la società e l’economia, oltre che uno schiaffo al principio di eguaglianza delle opportunità, che facciamo? Che fa la scuola per non perdere studenti per strada? Questa è la vera domanda da porsi, piuttosto che auspicare una scuola più difficile e selettiva, o al contrario più facile. Chi auspica la prima, si lamenta perché i figli più dotati (o fortunati) sono “rallentati” dagli altri. Chi difende la seconda, si augura di portare a casa un titolo purchessia. Ma in tutto ciò la scuola resta ferma, immutabile. Altri sistemi scolastici, ben funzionanti, risolvono la questione in un altro modo: per esempio, organizzando da un certo punto in poi lo studio per livelli e non per classi di età. Si può andare avanti in matematica, e magari dover indugiare di più sulla grammatica o sulla storia; o viceversa. Ogni studente ha il suo percorso – e le sue differenze – e il voto finale non è un giudizio di Dio.  Organizzare così la scuola italiana sarebbe un grande cambiamento, fin nell’architettura: le classi sarebbero dei docenti e i ragazzi si dovrebbero muovere dall’una all’altra. Magari ne acquisterebbero un po’ in autonomia, consapevolezza delle proprie forze e dei propri limiti, e anche capacità di scegliere il percorso di studi. Una rivoluzione, uno tsunami per una scuola nella quale spesso i ragazzi vengono accompagnati in bagno dai bidelli anche se pre-adolescenti. Se ne potrebbe parlare, e forse sarebbe più utile che esercitarsi ogni anno su dettagli della facciata, che cambiano la forma o i criteri di misura per lasciare tutto il resto com’è, mentre il mondo fuori cambia vorticosamente.

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