Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Quello scudo per le banche

Venerdì, 01 Luglio 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

L'epicentro è stato in Gran Bretagna, ma il terremoto Brexit sta facendo danni più nel continente che nell'isola che si vuole staccare dalla Unione Europea. E' da questa constatazione che bisogna partire per cercare di interpretare le reazioni di Bruxelles, che adesso spinge per una rapida realizzazione dell'intento espresso dal popolo britannico: che potrebbero non essere dettate da una “ripicca” politica, ma da preoccupatissime previsioni degli effetti di un lungo periodo di incertezza sull'economia. Quel che è successo dopo il referendum da temere l'inizio di un'altra lunga estate di instabilità finanziaria, nella quale vengono presi di mira gli anelli deboli della catena europea. E il primo anello debole, ancora una volta, è l'Italia.

Ieri il Centro studi della Confindustria ha diffuso una allarmata nota nella quale quantifica gli effetti della Brexit sulla nostra economia: già quest'anno, le previsioni di crescita del Pil scendono allo 0,8% (rispetto all'1,4 ottimisticamente stimato prima); per l'anno prossimo si dimezzano, passando dall'1,3 allo 0,6%. Ora, non è che la Gran Bretagna sia il primo mercato di sbocco delle nostre merci, il faro dei nostri capitali, o la fonte degli investimenti esteri in Italia. Il punto è che un evento come quello della Brexit mostra che è possibile quello che si riteneva impossibile, o improbabile. E mette a nudo la crisi di prospettive, identità e tenuta dell'Unione Europea.

Questo contesto può far capire perché, improvvisamente, riesplode la questione delle banche. Già da qualche mese abbiamo capito che la rassicurazione fornita all'indomani dei crac americani era un po' ottimistica. Si diceva che il nostro sistema creditizio era al sicuro, che eravamo rimasti, per la nostra stessa “arretratezza”, relativamente al riparo dagli eccessi della finanza dei primi anni Duemila. Rassicurazione in parte veritiera, visto che le nostre banche non erano imbottite di derivati tossici al livello delle altre. Ma in parte falsa, visto che le sofferenze c'erano, e non potevano non aumentare date le condizioni dell'economia reale. Prima della crisi avevamo sofferenze bancarie nell'ordine dei 40 miliardi, adesso sono almeno quintuplicate. Il governo in carica accusa il precedente di non aver sfruttato la possibilità di intervenire per “salvare” le banche quando le regole e i fondi europei lo consentivano; l'allora ministro dell'Economia Saccomanni si difende dicendo che avevamo un'altra priorità, ed era quella di risanare i conti pubblici ed evitare l'arrivo della trojka a commissariare il Paese. Il dopo-Brexit ha accentuato l'instabilità sui mercati, ed è passata l'idea di uno scudo di protezione, ma con l'esclusione di interventi pubblici nel capitale delle banche.

Allora come oggi, quel che suona insopportabile agli occhi di molti è che si intervenga con emergenza a dare soldi alle banche quando la crisi economica mette in difficoltà drammatica persone in carne e ossa, famiglie e imprese, attività economiche reali. Ma il caso delle quattro piccole banche di provincia entrate in crisi può bastare a far capire che, se si diffonde il panico sul sistema del credito, le conseguenze possono essere ancora peggiori. Il punto è che le regole europee, introdotte dopo che i Paesi forti avevano salvato le proprie banche, e accettate frettolosamente – in questo Renzi ha ragione – dai rappresentanti italiani, invece di curare il male lo peggiorano. Con il sistema del bail-in hanno dato alle banche il compito di auto-salvarsi: accettando una possibile maggiore instabilità in cambio della fissazione di una regola di principio (sconfessata in passato) che vieta l'intervento pubblico. Tutto ciò mette adesso le banche a rischio speculazione. Sono loro il punto di attacco di chi vuole scommettere, nel gioco della finanza, contro gli anelli deboli. Nei prossimi giorni vedremo se lo “scudo” da 150 miliardi basterà a evitarci un'altra estate calda sul fronte della finanza. Ma quel che è certo è che non c'è nessun super-Mario che, come ha fatto Draghi per bloccare la speculazione sugli spread, si dica pronto a intervenire per difendere il sistema creditizio “whatever it takes”, a qualsiasi prezzo.

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