Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Questione di numeri e di lettere

Domenica, 15 Gennaio 2017

Commento pubblicato dai quotidiani locali del gruppo Espresso

La settimana che si chiude oggi porta un numero in più e una lettera in meno, importanti per capire la situazione economica del momento. Il numero è 1 e corrisponde a quanto è stato offerto per comprare quel che resta di tre delle quattro banche coinvolte nel crac del 2015: 1 euro. Al prezzo di un caffè, Ubi Banca potrà rilevare i nuovi istituti nati dalle ceneri di Banca Etruria, Banca Marche e Carichieti. La lettera in meno invece è la “A”, ed è quella che, sparendo dalle pagelle italiane delle agenzie private che valutano l’affidabilità dei debitori, comporterà più dure condizioni per il governo italiano indebitato.

Su quest’ultima decisione ha pesato, tra gli altri fattori, proprio la vulnerabilità delle banche italiane, messe a rischio dalla persistenza della crisi economica, ma anche da gestioni passate più attente al consenso e alle relazioni che non ai conti. Di fronte alla gravità della situazione, colpisce che la reazione del rappresentante istituzionale di questo mondo sia quella di scaricare le colpe sulle imprese. Infatti il presidente dell’Abi Antonio Patuelli ha chiesto la pubblicazione degli elenchi dei “cattivi creditori”: qualcosa di simile ai tribunali del popolo che Grillo invoca per la casta giornalistica, ma in versione bancaria. Come un novello Mao Tse Tung, Patuelli invita a sparare sul quartier generale, non curandosi della credibilità di tale invito quando viene dal culmine di una carriera costruita tra banche e politica. E va avanti l’idea della commissione d’inchiesta, auspicata a questo punto da tutto l’arco parlamentare, con il corollario della pubblicazione dei nomi dei grandi debitori insolventi. Giustizia sarà fatta?

Temiamo di no. E non solo per motivi di calendario: l’iter di una commissione d’inchiesta è lungo e la legislatura potrebbe finire prima. Ma anche e soprattutto perché il clima nel quale l’iniziativa sta maturando non è favorevole a una soluzione strutturale dei problemi del sistema bancario, e si rischia di fare solo rumore per nulla. La trovata delle liste dei debitori insolventi rientra in questo quadro. Di certo, i difetti della governance di alcuni istituti e la loro commistione con il potere politico ed economico hanno accentuato gli effetti della crisi economica, che resta la principale ragione dell’aumento delle posizioni incagliate o insolventi, cioè del fatto che molte imprese non sono riuscite a ripagare i debiti. Ed è ovvio che i grandi gruppi “pesano” di più: per volume di affari, per il maggiore timore delle banche nei confronti del loro stato di salute, e anche per un potere di condizionamento che è di certo malsano. Ma un elenco pubblico dei “grandi cattivi”, che in prima battuta può soddisfare il rancore di tanti piccoli vessati dalle banche, non risolverà i problemi di questi ultimi né dei risparmiatori-investitori. Che vuol dire essere “cattivo debitore”? Patuelli ha invocato una norma che punisce il “mendacio bancario”, cioè la presentazione alla banca, da parte di chi ha chiesto prestiti, di una situazione diversa da quella reale. Ma se questo fosse successo bisognerebbe chiamare i carabinieri, non i parlamentari; e saremmo di fronte a banche che hanno prestato soldi senza indagare sulla veridicità di quel che gli è stato detto, e uffici di vigilanza che a loro volta non hanno visto la gestione sconsiderata delle banche.

Questo non vuol dire che non si debba indagare, ma ciascuno per la parte che gli compete: la magistratura sui reati, la vigilanza sui parametri bancari, e il parlamento sulle regole che hanno fallito. A partire da quelle che hanno consentito alle banche di coprire le proprie difficoltà patrimoniali emettendo obbligazioni e piazzandole presso gli stessi loro clienti. Ma anche rivedendo quelle generali del sistema,  che doveva essere consegnato al mercato e al suo buon funzionamento con le privatizzazioni; le quali invece di far uscire la bassa manovalanza politica dalla gestione del credito l’hanno perpetuata a destra e a sinistra sotto nuove spoglie. E arrivando alla sostanza del mestiere delle banche, che dovrebbe essere quello di finanziare l’economia: mentre qui, in molti casi, siamo al movimento opposto, con l’economia reale (con i risparmi delle famiglie) che finanzia le scalate bancarie. 

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