Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Rifugiarsi nel lavoro fa bene. Non solo ai rifugiati

Venerdì, 18 Agosto 2017

Articolo pubblicato su Il Venerdì de La Repubblica il 18 agosto 2017

Stavano visitando il campo profughi di Za’atari, in Giordania, una distesa di vite in sospeso. Poi i loro accompagnatori governativi proposero una piccola gita, a soli quindici minuti di auto di distanza. Così Paul Collier e Alexander Betts, un economista e un politologo di Oxford chiamati dal governo di Amman a consulto sull’economia locale piagata dalle guerra e dalla crisi dei rifugiati, entrarono in “un altro mondo”: la zona economica speciale King Hussain bin Talal Development Area, un’enorme area equipaggiata a puntino per attrarre investimenti dal mondo. Perfetta ma quasi vuota: i giordani non volevano lavorarci. «Dunque, per quattro anni fino a 83mila rifugiati stavano nell’ozio forzato mentre a quindici minuti di distanza c’era un’ampia zona economica vuota per mancanza di lavoratori». Betts e Collier motteggiano: «Le risorse intellettuali congiunte di due professori di Oxford riescono a fare due più due». Poi ci pensano sopra, analizzano, consultano. E si convincono: con il supporto internazionale, si possono mettere i rifugiati al lavoro in quella e altre zone economiche speciali. Il governo giordano è d’accordo, l’idea entra nella Conferenza di Londra di inizio 2016; ne esce un piano, un “Jordan Compact” che condiziona gli aiuti dei donatori e la caduta di alcune barriere commerciali verso l’Europa all’impegno a impiegare i rifugiati come manodopera.

Per Betts e Collier, è l’uovo di Colombo, l’inizio di un nuovo approccio al problema dei rifugiati. Ci scrivono sopra un libro, molto discusso al momento nella Gran Bretagna della Brexit: “Refuge. Transforming a broken refugee system” (Penguin, 2017). 

(L'intero articolo sul Venerdì)

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