Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Salari, l'autunno caldo di Draghi e Lagarde

Sabato, 14 Ottobre 2017

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Contrordine: la moderazione salariale non è più una virtù. Mentre un po’ ovunque cominciano le celebrazioni del cinquantenario del ’68, sulle barricate salgono uomini e donne in doppiopetto e tailleur. Come Mario Draghi e Christine Lagarde, che dai rispettivi scranni – Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale – hanno lanciato nei giorni scorsi un messaggio univoco: c’è bisogno di salari più alti. Di questo passo, c’è il rischio che Susanna Camusso e i suoi colleghi sindacalisti in tutto il mondo restino disoccupati, se la difesa dei redditi da lavoro viene da quelle sedi che fino a poco fa davano invece argomenti alle controparti.

Scherzi e paradossi a parte, il ripensamento ai vertici dell’economia mondiale non è stato improvviso. Ormai da qualche tempo – dopo l’esplosione della crisi del 2007-2008 nel mondo e il suo doppio avvitamento in Europa – i pensatoi più influenti sulla politica economica del mondo occidentale avevano cambiato rotta. In primo luogo, mettendo all’ordine del giorno il problema delle diseguaglianze crescenti: non quelle tra Paesi (che anzi si sono andate riducendo, per l’ascesa delle economie emergenti), ma quelle all’interno dei singoli Paesi. Queste diseguaglianze, ha ribadito l’ultimo World Economic Outlook del Fmi, “minacciano la crescita, erodono la fiducia, infiammano le tensioni politiche”. Ma stavolta c’è qualcosa di più. La ripresa in atto (3,6% nel modo quest’anno, e 3,7% l’anno prossimo) è fragile e ad alto rischio, non migliora il benessere dei più, perché tarda a tradursi in aumento dei salari e dunque del potere d’acquisto dei lavoratori. Succede così che, anche laddove il mercato del lavoro è quasi in piena occupazione, i prezzi restano fermi, e dunque non funziona più una legge dell’economia prima considerata fondamentale, per la quale quando aumenta l’occupazione salgono anche i prezzi. Adesso abbiamo invece la deflazione, che – ci hanno ormai insegnato – è un male per l’economia almeno quanto la malattia speculare che abbiamo combattuto negli anni ’70-’80 del secolo scorso, ossia l’inflazione. 

Cosa è successo, perché il meccanismo si è inceppato? Qui arriviamo a temi assai caldi dalle parti nostre, la materia viva del lavoro e dei contratti. Le analisi del Fmi puntano il dito contro i contratti precari e a tempo parziale. La ripresa dell’occupazione è una buona notizia, ma se è fatta con meno ore di lavoro a testa – part time, soprattutto involontario – e contratti temporanei lo è un po’ meno, poiché i salari restano bassi. Questa è, in molti casi, la causa principale della crisi dei salari attuali: arrivata dopo un calo storico, dato che, per stare solo all’Italia, dagli anni ’70 a oggi la quota di reddito che va al lavoro è scesa di oltre 10 punti percentuali. In altri casi, dice il Fmi, la colpa dei bassi salari è la bassa produttività. Qui si apre un circolo vizioso: se il lavoro è poco produttivo – perché non si migliora la sua efficienza, per mancanza di investimenti, per ritardi dei sistemi istituzionali o delle infrastrutture – i salari saranno bassi e gireranno pochi soldi nell’economia, per cui le imprese non avranno stimoli, interesse o coraggio nel fare investimenti per aumentare la produzione e migliorare la produttività e poter pagare in futuro salari più alti.

La ricetta? Servirebbe un bell’autunno caldo, a stare a queste analisi. Soprattutto – questo è il sottinteso del discorso di Draghi – servirebbe in quei Paesi che hanno un tasso di disoccupazione molto basso e “fondamentali” dell’economia in ordine, come la Germania. Quanto a noi, se è un sollievo trovare ai piani altissimi dell’economia mondiale conferma di quanto molti avevano capito semplicemente guardandosi in tasca (guadagniamo troppo poco), non è certo semplice invertire la rotta, tanto più dopo aver inseguito per anni il modello della riduzione dei costi del lavoro proprio a colpi di contratti precari e part time: un modello a bassi costi, bassa produttività e bassa qualità. 

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