Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Se la sfida alle regole europee diventa inaccettabile

Martedì, 20 Novembre 2018

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Gedi

L’Italia tira dritto. E l’Europa anche. Agli amanti del genere, può sembrare una versione, in salsa politico-finanziaria, del “chicken game”, gioco del pollo (o meglio del coniglio): perde chi molla per primo, ma se non molla nessuno dei due vanno a schiantarsi entrambi. Solo che l’eurogruppo non è un gioco, e probabilmente non è vero che gli sfidanti se la giocano alla pari. Finora, è su questa supposizione che si è giocata la strategia italiana: nella convinzione che, se noi siamo danneggiati dalla minaccia e dall’attuazione della procedura di infrazione, anche l’Unione Europea sarebbe molto danneggiata da una crisi finanziaria dell’Italia, o peggio dall’uscita della terza economia dell’Unione. Ma se questo stato dei rapporti di forza ha comportato finora la concessione di una certa flessibilità ai conti italiani, con i passati governi, la sfida adesso portata alle regole europee è troppo netta e plateale per poter essere accettata.

Ribadendo ieri la volontà del governo di andare avanti con la sua manovra, Tria ha confermato la linea ma ha anche detto cose contraddittorie. Da un lato, i suoi azionisti di maggioranza rivendicano la netta rottura con il passato. Dall’altro, il ministro dell’economia minimizza, dice che in fondo il deficit dell’anno prossimo non sarà tanto diverso da quelli del passato né da quelli praticati da altri Paesi dell’Unione. La speranza è quella di prendere tempo, evitare che la procedura di infrazione scatti subito, arrivare all’approvazione della manovra, dopo la quale siamo in campagna elettorale (per le Europee) piena e tutto può succedere.

Nel frattempo però molte cose sono già successe. La prima è nel rallentamento, già in atto, dell’economia, che fa sballare i conti sul nascere: il governo prevede un Pil a più 1,5% l’anno prossimo, il Fmi si ferma all’1%. La seconda è nell’impennata dello spread, e nell’aumento dei tassi che il Tesoro deve corrispondere per piazzare il suo debito. La terza, conseguente, è la fuga degli acquirenti stranieri di titoli italiani: meno 68 miliardi da maggio a settembre, dati di ieri. La quarta, in una catena perversa, è l’indebolimento delle banche, che hanno titoli di Stato in portafoglio: sempre ieri l’Abi ha registrato il peggioramento delle condizioni del credito a famiglie e imprese. Infine, è da registrare il flop delle emissioni di Btp riservate alle famiglie italiane, che dovrebbe ancor più allarmare il governo.

Tutto ciò per una manovra che ancora resta un mistero. Del reddito di cittadinanza non si sa niente, se non che, volendo instaurare un sistema del tutto nuovo invece di potenziare il preesistente Rei, richiederà tempi lunghi. Il condono cambia ogni giorno. L’assaggio di flat tax ci sarà, ma solo per le partite Iva. La quota 100 ci sarà, ma ballano i dettagli (si può tagliare). La rivoluzione promessa è quantomeno in forte ritardo, mentre sono arrivati prima i contraccolpi europei: forse è proprio quello che serve ai partiti di maggioranza per continuare la loro infinita campagna elettorale. Ma certo non è quello che serve al Paese, neanche a quella sua parte penalizzata e lasciata sempre indietro che si è affidata ai partiti populisti nella speranza di un cambiamento.

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