Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Siamo il paese di Cenerentola

Lunedì, 16 Novembre 2009

Rari, a volte unici. Molto desiderati. Coccolati dai genitori, corteggiati dalla pubblicità, osannati nella retorica politica. Eppure, trattati male. I bambini in Italia, anno 2009, sono agli ultimi posti nel mondo ricco in una nuova mappa del benessere, che misura i fattori principali che fanno la qualità della vita. Una classifica di recente stilata dall'Ocse, che tiene conto del benessere materiale così come della qualità della scuola, delle case, della salute e degli stili di vita; e che dà conto di un paradosso tutto italiano: facciamo meno figli, e li trattiamo peggio. Un rapporto choc, che è sale sulle ferite dell'Italia in crisi di natalità; e che dovrebbe spingerci, secondo l'Ocse, a spostare rapidamente il fulcro delle politiche dai vecchi ai giovani, dai nonni ai nipoti. Uno “switch” difficile, perché, come dice Simon Chapple, curatore del lavoro dell'Ocse, “i bambini non votano”.

Bimbi al verde

I numeri che condannano l'Italia dei minori non hanno a che fare solo con l'economia. Ma il benessere materiale svolge un ruolo importante. A cominciare dai dati sul reddito delle famiglie e sul rischio di povertà: il reddito medio delle famiglie in cui sono presenti figli under 18 è più basso della media Ocse (17mila dollari contro 19.000, a parità di potere d'acquisto), così come più alta è la percentuale di minori che vivono in famiglie che sono sotto la soglia di povertà: in Italia il 15,5%, contro il 12,4% della media. Così come hanno a che vedere con le condizioni materiali di vita altri due indicatori, relativi ai posti in cui vivono bambini e ragazzi: case sovraffollate (per il 48% dei minori) e cattivo stato dell'ambiente, misurato in termini di rumore, traffico, inquinamento industriale, scarsa pulizia, insicurezza, mancanza di spazi verdi. Secondo i dati Ocse, vivono in un “povertà ambientale” 33 minori su 100 in Italia, contro una media del 25%: un dato dovuto a caratteristiche del territorio e del suo sviluppo, oltre che alle condizioni economiche delle singole famiglie.

Ma via via che si scorre lungo gli altri indicatori, si vede che a tirare giù i numeri dell'Italia contribuiscono anche altri problemi, altre povertà che toccano anche chi ha il frigo ben pieno e i vestiti firmati: in particolare, i dati sull'istruzione. La cattiva performance del nostro sistema scolastico, spiega Simon Chapple, è “una delle cause principali del basso livello di benessere dei bambini e dei ragazzi”. Qui è un bollettino di sconfitte: sotto la media il livello delle competenze acquisite a scuola dai quindicenni, tragicamente alto lo scarto tra chi sa più e chi sa meno (l'indice di disuguaglianza tra ragazzi della stessa età), da record il numero dei “Neet”, acronimo che indica i ragazzi tra i 15 e i 19 anni che non vanno a scuola e non lavorano, né sono coinvolti in alcuna altra attività di formazione. Insomma, i drop-out, nei quali l'Italia ha un triste primato: 12%, il dato maggiore in Europa. Le statistiche risalgono un po' la china quando si passa ai capitoli sulla salute e i comportamenti a rischio: qui il sistema italiano tiene, siamo in media sui vaccini e sulla mortalità infantile, un po' sotto la media nell'allattamento al seno; e i nostri adolescenti non bevono alcolici più degli altri, semmai c'è qualche problema nella scarsa attività fisica (che interessa il 15%, contro il 20% della media Ocse). Per chiudere, l'Ocse dà conto di alcuni indicatori della qualità della vita a scuola, e qui torniamo a scendere in basso: se già in media sono assai pochi quelli che dichiarano di andare a scuola con piacere (meno di uno su tre, nella media dei paesi esaminati), in Italia la scuola piace solo a 12 studenti su 100.

Insomma, da qualsiasi parte la si guardi la situazione di bambini e ragazzi in Italia non è rosea. E, andando poi a vedere i singoli numeri per fascia di età, si vede che soffrono in particolare le fasce d'età più basse. “E' un dato di fatto che in Italia le famiglie più povere sono quelle con figli piccoli”, dice Daniela Del Boca, direttore del centro Child e co-autrice di “Famiglie sole”, libro-manifesto sulla mancanza di politiche per le famiglie in Italia (Il Mulino, 2009). Secondo un suo studio elaborato per l'Unione europea, tra le famiglie con tre o più figli il rischio di povertà in Italia è doppio rispetto al resto d'Europa. “Ed è molto alto anche tra le famiglie con un solo genitore, e in quelle in cui la madre non lavora”. Il 34% dei bambini a rischio di povertà, sottolinea Del Boca, vive in famiglie con un solo reddito, quello del padre. E allora, per capire le cifre dell'Ocse bisogna guardare tutta la realtà italiana, fatta di alta disoccupazione femminile, famiglie impoverite (“soprattutto nella fascia bassa”), diseguaglianze crescenti e squilibrio Nord-Sud, basso tasso di natalità: “il paradosso per cui facciamo pochi figli e li trattiamo male è solo apparente, il nesso va rovesciato: le famiglie fanno pochi figli perché sono in difficoltà, e anche a quei pochi che fanno non riescono a garantire il livello di benessere che vorrebbero”. Più che dei bambini, qui si parla delle madri: “quelle che negli anni '70-'80 hanno cambiato il loro modello riproduttivo, facendo meno figli per scelta. E che poi si sono trovate a farne sempre meno ma non per volontà, bensì per necessità. Ecco, per me oggi una politica della famiglia è una politica che dà alle donne libertà di scelta”. In numeri, questa politica in Italia vale l'1% della spesa sociale totale, contro il 4-5% di spesa “per la famiglia” nei paesi che sono in vetta nelle classifiche Ocse, come la Francia e la Svezia.

Dalla culla alla scuola

Punta il dito contro la povertà delle politiche per i bambini e le famiglie anche l'Ocse. Che chiede di intervenire subito, sulle fasce d'età più basse. Il consiglio è semplice: prevenire è meglio che curare, ogni euro speso nei primi anni di vita è un investimento a lungo termine, che rende di più nel futuro. Secondo i calcoli dell'Ocse, ogni euro di spesa pubblica per un bambino sotto i 6 anni “vale” quanto 1,50 euro spesi per un quindicenne. E invece, la già scarsa spesa pubblica italiana per i giovani è concentrata sulle fasce d'età più alte. Così, quando compie sei anni un bambino francese ha “incassato” dallo Stato, in beni e servizi, oltre 40.000 euro, più del doppio di un bambino italiano della stessa età. “E' vero che i risultati negativi del sistema scolastico italiano si vedono sui quindicenni, ma se vuoi cambiare i risultati devi intervenire prima. A cominciare proprio dai primi anni della vita e della formazione: è più economico, più sicuro, e anche più giusto”, commenta Simon Chapple, secondo il quale uno spostamento delle politiche verso le fasce più basse di età avrebbe anche l'effetto di aiutare la ripresa delle nascite. “Con l'invecchiamento della popolazione gli anziani sono diventati il fulcro delle politiche sociali, anche perché i bambini non votano, non sono pubblicamente visibili.”

Lo sono però le loro famiglie, osannate a parole ma dimenticate nei fatti. Fatti che l'economista Daniela Del Boca elenca così: “Da noi i congedi parentali sono meno retribuiti che negli altri paesi. L'obiettivo della copertura del 33% degli asili nido è ancora lontanissimo, anzi il relativo programma quest'anno non è stato rifinanziato. I vari bonus bebè non servono a molto se restano misure una tantum, e la social card, che ha un impatto minimo sulla vita quotidiana delle persone, non è in alcun modo collegata alla presenza di bambini. Non c'è, in Italia, alcuna politica specifica per aiutare le famiglie con bambini”.

Pubblicato su L'espresso, n. 46/2009

Aggiungi un commento