Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Siamo un Paese a rischio, servono investimenti

Giovedì, 06 Aprile 2017

Articolo pubblicato sui giornali locali del gruppo Espresso

Un’economia che cammina, ma con il freno a mano tirato. Questo il quadro che emerge dalla nota mensile dell’Istat diffusa ieri. Nello stesso giorno altri numeri ci informavano del fatto che, dei 115.000 italiani che lo scorso anno si sono trasferiti all’estero, una larga parte ha un’età compresa tra i 40 e i 50 anni. Mentre la riduzione della disoccupazione giovanile, elemento a prima vista positivo segnalato sempre dall’Istat, si deve più a quanti hanno rinunciato a cercare lavoro che a quanti l’hanno trovato.

Non si tratta di dividersi tra chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi ne lamenta la parte vuota, ma di leggere con attenzione quel che i dati ci dicono; soprattutto in una fase politica già pre-elettorale, nella quale è bloccata qualsiasi decisione netta sulla politica economica e la finanza pubblica. Fino al 30 aprile - data delle primarie del Pd - nulla si muove, e dopo di allora si mostrerà allo scoperto il conflitto sotterraneo tra il ministro dell’Economia che è chiamato a mantenere gli impegni presi con Bruxelles sulla riduzione del deficit e/o del debito pubblico, e il più che probabile futuro segretario del Pd che preme per una manovra capace di fargli recuperare consenso.

Due le cose bizzarre in questo braccio di ferro tra “tecnici e politici”: il fatto che gran parte della manovra si dovrà fare per evitare l’aumento dell’Iva, ossia che scatti una clausola scritta dallo stesso Renzi in occasione della (sua) precedente manovra; e la distanza di questo dibattito dal quadro economico reale.

Renzi ha ragione nel sostenere che l’economia ha bisogno di una spinta e una manovra sotto il segno dell’austerità sarebbe recessiva. Ma ha torto quando non scende nel dettaglio della “spinta” che servirebbe, né fa autocritica sulle mancate spinte del passato, quando ha avuto dalla Ue una buona dose di flessibilità nei conti pubblici. La nota dell’Istat ci dice che nell’ultimo trimestre dello scorso anno il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito, e solo attingendo ai loro tesoretti - la propensione al risparmio è scesa di un punto percentuale - hanno potuto sostenere i consumi (più 0,5%). Nel frattempo gli investimenti delle imprese sono saliti un po’, ma siamo ancora ben lontani dal recuperare i tre punti percentuali di Pil persi dall’inizio della crisi. E c’è un altro numero che riguarda gli investimenti pubblici, scesi ancora l’anno scorso del 4,5%. Mentre la riduzione dei contributi sul lavoro sta esaurendo i suoi effetti positivi, che comunque sono stati più di stabilizzazione degli occupati precari che non di creazione di nuova occupazione.

A queste obiezioni spesso si risponde: bella scoperta, il lavoro non si crea per legge ma non gli investimenti. Ma allora perché non preoccuparsi del crollo degli investimenti pubblici (la prima spesa che si taglia, perché meno dolorosa in termini di consenso) e della stagnazione di quelli privati? Anche la futura manovra di Gentiloni sembra orientata più a ridurre tasse e contributi sul lavoro che a iniettare investimenti nell’economia: è vero che - come ancora ieri ha ricordato la Corte dei conti - il nostro cuneo fiscale è tra i più alti, ma le manovre del passato hanno dimostrato che la riduzione del costo del lavoro di per sé non crea lavoro.

Servirebbe allora usare le risorse in modo mirato, magari in tutte e due le direzioni (offerta e domanda) ma scegliendo i settori, i territori, le generazioni da privilegiare. In ogni caso, per tutto ciò vanno trovate le risorse, cercandole dove sono le rendite e non dove si produce ricchezza. Ma le ultime levate di scudi del Pd, che a quanto pare vuole sconfessare la stessa riforma del catasto della quale da decenni si invoca l’arrivo, danno segnali negativi anche in questa direzione; pollice verso anche per le privatizzazioni, mentre si rinvia ancora la legge sulla concorrenza.

 

Senza nessuna giustificazione razionale del cambiamento di rotta, se non la paura dell’effetto di questa riforma nelle urne. Ma per quanto tempo un Paese a rischio come l’Italia può permettersi di guardare ai sondaggi più che ai numeri reali dell’economia?

Aggiungi un commento