Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Sotto la banca l'azienda chiude

Giovedì, 10 Settembre 2009

“Aiuti, aiuti, aiuti. Continuo a sentir parlare di questi aiuti alle piccole imprese. Ma dove stanno?” Giuseppina Virgili, 51 anni, fiorentina, è una piccola, anzi piccolissima imprenditrice, che da quindici mesi cerca credito dalle banche per superare i marosi della crisi economica. Insieme a decine di migliaia di altre microimprese, è tra le vittime predestinate del razionamento del credito bancario, documentato da tutti gli osservatori e denunciato, da ultimo, persino dal governatore di Bankitalia. La settimana scorsa la signora Giuseppina è andata al Monte di Pietà a impegnare il suo orologio. Ne è uscita con qualche centinaio di euro. ,Cosa che non è successa quando ha bussato, munita di carte e garanzie, alla porta di altre banche grandi e piccole: Unicredit, Intesa San Paolo, Banca Toscana, Banca dell'Etruria, Cassa di risparmio di Lucca Pisa e Livorno, Credito Cooperativo di Signa, Cassa di risparmio di Firenze. Altrettante stazioni di un calvario nel quale molti piccoli imprenditori potrebbero riconoscersi, e che Giuseppina Virgili racconta tappa per tappa. Senza chiedere pietà, anzi con l'orgoglio di chi non ha nessuna intenzione di chiudere bottega in quel di Firenze per colpa delle banche e del credit crunchplanetario.

“I problemi sono iniziati dal giugno 2008, quando i clienti hanno cominciato a non pagare la merce”. Prima che i ragazzi ben pettinati uscissero dalla banca Lehman con gli scatoloni in mano, la crisi aveva già bussato alle porte della Ishtar Italia srl, l'impresa d'abbigliamento femminile che Giuseppina Virgili ha creato due anni fa, dopo una trentina d'anni di attività nel ramo del pellame. “Siamo in tre, io, mia figlia e un direttore commerciale. Facciamo lo stile, disegniamo le collezioni, poi diamo il lavoro in conto terzi, accertandoci che tutto si svolga in Italia e in regola, dai tessuti alla confezione finale”. Il progetto era chiaro: “Vestire la donna dai 30 anni in su, andare a un pubblico medio-alto, puntare sulla qualità”. Fino al maledetto inizio estate del 2008, la cosa stava decollando. “Poi hanno iniziato a non pagare. E a ridarci indietro la merce invenduta, che abbiamo dovuto dare agli stockisti per pochi euro. Mentre noi a settembre dovevamo già fare il campionario per l'anno dopo”. Il campionario, per le Virgili, è lo strumento di lavoro essenziale: “senza di quello, non puoi vendere niente quindi non puoi iniziare a lavorare. Però per farlo servono dei soldi, anche se non tantissimi”. Così Giuseppina e figlia vanno all'Eurofidi, consorzio di garanzia per i crediti delle piccole e medie imprese, e ne escono con un bel progettino in mano. Un business plan a più tappe: “portare il capitale sociale a 10mila euro, fare il campionario, prendere una modellista interna, aprire un piccolo punto vendita nostro per fare cassa sullo stock, fino ad arrivare a una nostra rete. Così sì che si poteva lavorare”. Su questo piano, da 130mila euro complessivi, l'Eurofidi garantiva alle banche la copertura dell'80%: vale a dire che le banche rischiavano solo il 20%. E poiché per la prima tranche del credito bastavano 30.000 euro, alla banca a cui andava a bussare con in mano il progettino Eurofidi la signora Giuseppina Virgili chiedeva, di fatto, di rischiare sull'operazione 6.000 euro.

“Prima doccia gelata a ottobre, Intesa San Paolo, a Firenze. Il responsabile small business della filiale mi fa una proposta: 'apriamo un conto su base attiva, lei mi porta le ricevute e noi gliele incassiamo. Poi fra sei mesi parliamo del finanziamento che chiedete'. E io che faccio nel frattempo, vendo la roba dell'anno scorso?”. Giuseppina cambia sportello, allontanandosi un po': “Ci avevano consigliato di andare a Empoli, perché lì la filiale Unicredit aveva un buon rapporto con Eurofidi. Ma anche lì, ci hanno fatto lasciare le carte, e dopo tre giorni ci hanno detto di no senza spiegare perché. Ho protestato, tirando fuori anche la storia dei Tremonti bond, che dovevano aiutare le banche a riaprire il credito alle imprese. Apriti cielo! Sembrava di parlare al papa del diavolo”. Ma con Unicredit non finisce lì. “Un giorno vado sul sito e vedo che c'è uno spazio per le lettere dei clienti, racconto tutta la mia storia e così dopo qualche giorno mi chiamano da Firenze. Mi dicono che la mia pratica non risulta - e ci credo, non l'avevano proprio aperta – ma che mi consigliavano di andare alla filiale di Scandicci”. Siamo a marzo, e la Virgili va. “Non mi hanno neanche fatta sedere, mi hanno subito chiesto se avevo le fideiussioni reali”: cioè una persona che garantisse per lei, facendosi mettere un'ipoteca su una casa o un terreno.

Insomma, le grandi banche a cui si è rivolta la nostra microimprenditrice chiedevano una copertura totale dai rischi, pur in presenza di un progetto approvato dal consorzio Eurofidi che garantiva in gran parte il prestito e col suo timbro certificava anche sulla fattibilità del piano. E le altre banche? “Nel frattempo ci eravamo rivolte a Banca Etruria, che ci ha concesso uno scoperto di 10mila euro sul conto corrente e 20.000 euro sugli assegni salvo buon fine. Il tutto, garantito al 50% da un altro consorzio fidi e al 50% da fideiussioni reali. Non solo: ci hanno anche fatto comprare 200 azioni della Banca, e si trattengono il 20% in garanzia sugli assegni salvo buon fine”. Fuori dal gergo: la banca scuce qualcosa ma è super-prudente, la signora Virgili a caro prezzo, mettendoci sopra tutto quello che ha, riesce a superare l'autunno e fare un minicampionario, ma non può guardare più in là. Con la primavera, la situazione precipita. “La Banca Toscana, con cui avevamo sempre lavorato, preme perché rientriamo da un debito di 15.000 euro, garantito da una fideiussione. Ci hanno detto che con le banche popolari era meglio, allora siamo andati alla Cassa di Lucca-Pisa-Livorno: qui il direttore di filiale ha dato l'ok, ma il capoarea ha detto di no. Alla Cassa di risparmio di Firenze mi hanno detto che non abbiamo il rating, mentre alla Bcc di Signa, quella che dice in pubblicità 'dove non arrivano le altre banche arriviamo noi', siamo arrivati alla beffa: mi hanno detto che per avere un finanziamento dovevo lasciare in deposito 50.000 euro. Ma se avevo 50mila euro mica stavo qui!”.

I paradossi non sono finiti. “Al centro antiusura della Misericordia potevano darmi 25mila euro, ma solo se dimostravo di avere un reddito certo; mentre alla Sace, sì quella dell'accordo con l'Abi per i prestiti alle piccole imprese, mi hanno risposto che loro si occupano di cose più grosse; così come in Confindustria, qui a Firenze, hanno fatto sapere che non lavorano su progetti così piccoli”.

A proposito di grandi progetti, adesso c'è la moratoria dei debiti delle imprese, prevista dall'accordo Abi-Tremonti: “Ho già chiesto, mi hanno detto che non ci rientro. Il fatto è che noi siamo piccoli, troppo piccoli. Dovremmo coalizzarci, metterci insieme. Altrimenti l'unica strada è chiudere, o andare dagli strozzini. Ma perché devo chiudere? Io ne sono sicura, se avessi potuto lavorare avrei superato questo momento. L'altro giorno è venuto un rappresentante, gli ho dovuto dare il campionario dell'anno scorso. Adesso dovevo partire per la Russia, avevo un giro organizzato con appuntamenti con potenziali clienti. Ma mi servivano 2.000 euro tra viaggio e soggiorno, non ce li avevo. Ho chiesto i buoni pasto alla Caritas, mi hanno staccato la corrente allo show-room, non ho più niente da portare al Monte di Pietà. Che faccio?”.

Nella foto di Simone Donati, l'azienda della signora Giuseppina Virgili.  © Simone Donati / TerraProject per L'Espresso

 

 

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