Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Spazio ai veri numeri dell'Italia

Martedì, 07 Marzo 2017

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Il bilancio demografico del 2016, diffuso ieri dall’Istat, dovrebbe stare al primo posto nella pila dei documenti all’esame della politica economica del governo. Più dei dati sulla bassa ripresa del Pil e di quelli su deficit e debito, suona un campanello d’allarme ormai fragoroso sulle emergenze del Paese. La lunga crisi economica negli anni passati ha inciso un po’ ovunque anche sulle nascite, ma in nessun posto come in Italia, facendo emergere in modo lampante l’esistenza di quella che gli esperti chiamano la “baby recession”, la recessione dei bambini; e le caratteristiche generazionali delle cicatrici che la crisi lascia, segnando la fascia d’età più giovane che è anche quella della (perduta) fertilità.

Anche il 2016 ha segnato un minimo storico delle nascite, scese dalle 486mila del 2015 a quota 474mila. E c’è da aspettarsi che d’ora in poi ogni anno dia un nuovo minimo, per motivi strutturali: sono sempre meno le donne giovani, per l’onda lunga del calo della natalità che ormai va avanti da decenni. Ma ad aggravare questa tendenza strutturale ci sono adesso tre fenomeni nuovi: l’emigrazione dall’Italia (se ne sono andate lo scorso anno 157mila persone), il rinvio della maternità e paternità da parte di coloro che restano, e la riduzione dell’apporto degli immigrati. E così, si è ripetuto anche nel 2016 il fenomeno storico che è iniziato nel 2015, quando, per la prima volta da un secolo, calò la popolazione in numeri assoluti. C’è una generazione intera che sta rinviando la scelta di avere figli. I dati sulle nascite vanno insieme a quelli sul tasso di disoccupazione giovanile, sulla precarietà, sull’aumento del numero di giovani che resta in casa a vivere con la famiglia.

Il bilancio demografico ha a che vedere con quello dello Stato. Non solo perché una struttura dell’età della popolazione così squilibrata porterà, inevitabilmente, problemi alla tenuta del sistema pensionistico e di quello assistenziale. Ma anche e soprattutto perché dovrebbero essere le politiche pubbliche a correre ai ripari, a pensare finalmente ai più giovani. L’allungamento dell’età pensionabile, deciso per equilibrare il sistema previdenziale nel lungo periodo, nel breve ha fatto da tappo alle assunzioni dei giovani; e il dualismo del mercato del lavoro, con la flessibilità caricata prevalentemente sui nuovi entranti, ha fatto il resto. Un lavoro poco pagato e precario per le donne e per gli uomini non è la condizione migliore nella quale progettare una vita autonomia: uscire di casa, farsi una propria famiglia, mettere al mondo figli. Tanto più se allo stesso tempo si riducono i servizi, dagli asili nido al tempo pieno a scuola, a disposizione delle famiglie. Non a caso l’unica provincia nella quale la natalità aumenta è quella di Bolzano (che è ai livelli della prolifica Francia, nota l’Istat): è anche quella che vanta spesa pubblica e servizi a livelli scandinavi.

Nelle scorse manovre economiche, il governo Renzi non ha fatto politiche specifiche in questo senso; anzi, alcune scelte – dal taglio dell’Imu sulla prima casa, la cui proprietà è condizione prevalente tra i più maturi e minoritaria tra i giovani, all’aumento per le pensioni più basse – anche se avevano una ovvia popolarità e legittimità non sono certo andate a riequilibrare lo squilibrio generazionale. Né il piccolo ”bonus bebè” ha contrastato in alcun modo il declino demografico. Per la prossima manovra, il governo Gentiloni fa trapelare l’intenzione di puntare alla riduzione del cuneo fiscale – miraggio antico, promesso negli anni dai governi – e di voler mirare gli sgravi contributivi sui più giovani. La scommessa, ancora una volta, è sugli incentivi alle imprese ad assumere lavoro stabile. Ma proprio i risultati della decontribuzione degli anni scorsi dicono che questo incentivo può non bastare, e il suo effetto rientrare appena la “droga” degli sgravi finisce. Mentre potrebbe avere effetti più diretti un rafforzamento delle infrastrutture sociali - ossia interventi che diano in modo tangibile servizi, e una rete di protezione, alle nuove famiglie in formazione.

 

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