Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Spugne e lavanderie

Mercoledì, 14 Ottobre 2009

 

All'estero la chiamano “amnistia fiscale”. Da noi si ricorre a un altro termine: “scudo”. Una parola molto più rassicurante: lo scudo protegge i guerrieri in battaglia, in questo caso i combattenti invece sono coloro che sono scappati all'estero con i soldi, e li portano indietro protetti da una nuova legge fiscale che li mette al riparo dal pagamento di tasse e sanzioni, e da ogni conseguenza penale. Dunque, hanno ragione gli anglofoni: è un'amnistia, la cancellazione dei debiti e dei reati, a beneficio non dei piccoli criminali che riempiono le carceri ma della criminalità dei colletti bianchi. Condona non solo l'evasione fiscale, ma anche i principali reati finanziari e societari. In più, getta un cono d'ombra sulle attività di riciclaggio di denaro sporco. Ed è l'asse portante della politica economica del governo, che per il resto vanta una finanziaria “light”: un altro artificio linguistico che dà un valore positivo (la leggerezza) a un intervento negativo (nessuna manovra di finanza pubblica sull'economia, nell'anno della sua peggiore crisi).

Parola di Tremonti

Un piccolo passo indietro. Siamo nel marzo 2008, nel pieno della campagna elettorale che riporterà Berlusconi al governo e il ministro Tremonti alla guida dell'Economia per la terza (o quarta) volta. Giulio Tremonti viene intervistato da Repubblica Tv, e alla domanda su eventuali futuri condoni risponde così: “Oggi non ci sono le condizioni per farli. Non li ho fatti certo volentieri, ma perché costretto dalla dura necessità. I condoni sono una cosa del passato”. Tempo poche settimane, e Tremonti torna a sedere dietro la scrivania che fu di Quintino Sella. In estate esplode la grande crisi finanziaria, a settembre il fallimento della Lehman Brothers impressiona il mondo finanziario (e non solo) e assurge a simbolo del crollo della finanza senza regole dell'ultimo ventennio. A novembre, Tremonti pare ancora saldo sule sue posizioni. All'economista Boeri, che in tv gli chiede se è in grado di garantire che non ci saranno condoni, risponde testualmente così: “L'ho già escluso, questo qui fa domande per litigare”. Il resto della storia è noto: su proposta del governo il parlamento sta approvando una legge che permette a chi ha esportato illegalmente capitali all'estero nascondendoli al fisco di rimpatriarli pagando una piccola somma. I condoni non sono una cosa del passato ma del presente.

Non è la prima volta che sull'argomento Tremonti smentisce Tremonti. Quando nel '94 varò il suo micidiale mix di condono fiscale ed edilizio, il quotidiano il manifesto si divertì a ripescare dagli archivi del Corriere della Sera un articolo nel quale il professor Tremonti tuonava contro i condoni, dicendo che nei paesi dell'America latina si fanno dopo i golpe, da noi prima delle elezioni. La coerenza non è una virtù frequente in politica, e nel caso di Tremonti in particolare. Più che invocare virtù inesistenti, forse è allora più utile chiedersi a cosa si deve stavolta il cambiamento di programma, come lo giustifica il governo e quali effetti avrà sull'economia italiana.

Così fan tutti?

Anche se di un qualche tipo di condono si era cominciato a parlare sin dall'indomani della vittoria del centrodestra alle elezioni politiche del 2008, e dunque una sanatoria fiscale era nell'aria, l'amnistia per i capitali evasi all'estero prende corpo dopo la grande crisi finanziaria. Ed è in relazione ai fatti internazionali che viene impostata ogni argomentazione degli esponenti della maggioranza a difesa dello “scudo”. In particolare, si dice che l'introduzione del colpo di spugna arriva in concomitanza con una manovra mondiale contro i paradisi fiscali, ossia contro quei paesi che hanno ospitato e ospitano i capitali in fuga, attraendoli con la totale esenzione dalle tasse e la garanzia di segretezza e anonimato. Sono luoghi esotici – spesso isole, come le Comore, le Cayman – ma molto spesso sono dietro l'angolo, in alcuni casi anche nell'Europa comunitaria (dentro i confini inglesi, ad esempio) e nella sempreverde Svizzera. Dunque, così fan tutti: i grandi paesi lottano contro i paradisi fiscali (che essi stessi hanno tollerato e alimentato per decenni), e mentre stanano la volpe con il bastone molti paesi usano anche la carota, cercando di indurla a uscire anche addolcendo le punizioni a cui inevitabilmente andrebbe incontro. O almeno, questo è quel che dice il governo italiano. Però i fatti lo smentiscono, su tutti e due i versanti, sia quello del bastone che quello della carota.

Infatti, la pressione sui paradisi fiscali viene condotta unilateralmente da ogni singolo paese verso i vari centri off-shore. Spicca, in questa vicenda, l'ostinazione degli Stati Uniti di Obama verso le banche svizzere; ma anche i tedeschi stanno lavorando abbastanza alacremente. A loro volta, i governi dei vari paradisi fiscali sono incentivati a negoziare accordi con i vari paesi perché così facendo possono uscire dalla “black list”, la lista nera stilata dall'Ocse: devono fare accordi con almeno 12 paesi per ripulirsi nel consesso internazionale. Ma per ora, l'Italia è agli ultimi posti nella corsa a negoziare questi accordi. Però è al contempo ai primi posti nelle promesse fatte ai suoi evasori: la nostra legge consentirà infatti ai capitali di rientrare pagando un prezzo bassissimo, praticamente 5 euro per ogni 100 portati oltrefrontiera. Molto meno di quanto pagheranno gli evasori inglesi e americani (rispettivamente, il 44 e il 49%), meno anche dei francesi (per i quali la somma da pagare sta tra il 15 e il 20%). Non solo: la nostra legislazione è anche l'unica che garantisce agli evasori il completo anonimato. Vale a dire che i soldi vengono “ripuliti” al modico prezzo del 5% e senza che nessuno mai sappia a chi facevano capo. Non c'è neanche alcuna garanzia sul fatto che resteranno in Italia, e contemporaneamente si prevede un colpo di spugna non solo sul piano della giustizia tributaria ma anche di quella penale. Vari reati collegati all'evasione sono infatti cancellati dallo “scudo”: falso in bilancio, false comunicazioni sociali, false fatturazioni...

Spugne e lavanderie

Ciliegina sulla torta, cade l'obbligo per le banche di segnalare le operazioni dietro le quali si può sospettare il riciclaggio di denaro proveniente da traffici criminali: il denaro provenente dal traffico di droga, innanzitutto. Con questa norma, molti temono che vengano spuntate del tutto le armi degli inquirenti, non tanto contro i reati societari – i cui confini già sono, dopo le varie leggi ad personam volute da Berlusconi in questo e nei passati governi, alquanto labili – quanto contro i reati della grande criminalità internazionale. “Con queste regole, l'Italia diventa l'off-shore d'Europa”, ha commentato il procuratore milanese Francesco Greco, un giudice che da anni si occupa dei reati dell'alta società finanziaria. Il rischio è che, con il grande colpo di spugna del 2009, l'Italia si trasformi in una lavanderia internazionale del denaro sporco, attirando da tutto il mondo capitali in cerca di una nuova verginità.

Dunque, non è vero che l'amnistia fiscale e il condono tombale siano i necessari corollari delle nuove regole sui paradisi fiscali, anzi le contraddicono, dato che in ultima analisi non servono tanto ad accompagnare la chiusura dei vecchi “paradisi” quanto a mettersi con essi in concorrenza nell'attrarre capitali; e le modalità con cui l'Italia procede sono diverse da quelle degli altri grandi paesi occidentali. Proprio per questo, per aver allargato tanto le maglie del suo condono, Tremonti spera in un gettito strepitoso, che per ora non ha impegnato ma che ha destinato a un fondo che sarà gestito direttamente dalla presidenza del consiglio, senza interferenze né pretese dai tanti ministeri di spesa che premono (sanità, scuola, trasporti...). Così come non abbiamo saputo a suo tempo – come cittadini, al momento di andare a votare – che il governo di centrodestra avrebbe basato la sua politica economica su un colpo di spugna sull'evasione fiscale, non sappiamo ora come sarà utilizzato l'eventuale sovragettito. Il ministro dell'Economia ha solo accennato al fatto che andrà a ridurre le imposte sui redditi da lavoro. A proposito, viene dal predecessore di Tremonti un impressionante studio su quel che è successo negli ultimi trent'anni alle imposte sui redditi da lavoro. Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze, lo ha raccontato sul Sole 24 Ore con una tabella che dice questo: dall'80 a oggi, le imposte sui redditi da lavoro dipendente sono salite dal 66,4 al 74% del totale del gettito dell'Irpef. Negli stessi anni la quota di reddito da lavoro dipendente sul Prodotto interno lordo scendeva dal 67 al 53%. “Si deve concludere che nel periodo considerato i lavoratori dipendenti hanno visto contemporaneamente ridursi fortemente i propri redditi e aumentare fortemente le proprie imposte”. Nel frattempo, le imposte pagate dai percettori di altri redditi (Irpef su lavoro non dipendente più imposta sostitutiva, quella sui redditi da capitale) sono scese dal 37 al 24,5% del gettito da imposte dirette. Insomma, negli ultimi trent'anni i lavoratori dipendenti sono stati doppiamente puniti e tartassati: dal mercato, che ha ridotto i loro compensi, e dallo Stato, che ha aumentato le loro imposte. Ma per loro, nessun risarcimento e nessun premio. I premi in palio, nella lotteria del governo, sono riservati solo ai frequentatori di centri off-shore.

 

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