Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Statali e meccanici, contratti alla vigilia del voto

Venerdì, 02 Dicembre 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Nell’ondata di numeri che ci sommergerà da domenica sera in poi, teniamo a mente questo, che si può già scrivere: 4,9 milioni. È la somma dei lavoratori statali e metalmeccanici: 3,3 milioni i primi, circa 1,6 i secondi, tutti interessati, nel giro di pochissimi giorni, dal rinnovo del rispettivo contratto nazionale di lavoro. 92 euro l’aumento medio dei metalmeccanici, 85 quello degli statali. In poche ore, sono giunte a conclusione vicende lunghissime, trattative che duravano da mesi che hanno rinnovato accordi congelati da anni. Non è una cosa da poco, né una vicenda schematizzabile nella logica binaria sì/no che ormai caratterizza (speriamo ancora per poco) tutte le nostre giornate, dalla lettura dei giornali alle chiacchiere al bar a quelle sui social network. Si tratta della busta paga di fine mese di milioni di persone e famiglie, dunque merita una riflessione che va al di là della contingenza politica referendaria. Anche se non si può non partire da questa, che ha sicuramente aiutato lo sblocco dei contratti.

Il vecchio Lauro. «Non è una legge alla Achille Lauro». Come spesso succede nella retorica politica, quella di Renzi a commento del bilancio 2017 è una negazione che afferma. Negando di aver fatto promesse per avere voti (come il famoso sindaco della Napoli degli anni ’50, che si diceva regalasse ai suoi elettori una scarpa prima delle elezioni e una dopo, a risultato incassato), un po’ il sospetto lo lascia. E i lunghi mesi di campagna elettorale che stanno finalmente per chiudersi sono stati fitti di manovre utili al consenso, dall’aumento delle pensioni più basse alle promesse sul ponte sullo Stretto. Non era un mistero che Renzi cercasse il colpo grosso, proprio alla vigilia del voto, con una platea ampia come quella dei dipendenti pubblici – tanto più che proprio tra essi la popolarità del “rottamatore” era bassissima, tra riforma della scuola (“spiegata male”, ha detto il premier) e attacchi ai  sindacati e ai furbetti del cartellino. Non era un mistero neanche per i sindacati, che avranno fatto valere sul tavolo contrattuale a loro vantaggio la fretta della controparte e che adesso portano a casa un aumento che certo non è strepitoso, ma neanche bassissimo in tempi di inflazione quasi zero; incassano anche un parziale passo indietro sulle misure disciplinari (che tornano nella sfera contrattuale); e soprattutto tornano sulla scena, dopo essere stati snobbati come un residuo del passato, telefoni a gettoni in tempi di iPhone. Diverso è il caso delle aziende e dei sindacati dei metalmeccanici, al cui tavolo il governo non c’era, ma che avranno allo stesso modo sentito l’urgenza di chiudere prima di entrare nell’incertezza post-referendaria nella quale tutto può succedere. Che tutto questo porti voti al Sì o riduca il malcontento che alimenta il fronte del No, è tutto da vedere; ma certo dimostra che, mentre molti erano distratti dal chiacchiericcio elettorale, tante cose si sono mosse, gli “attori” (non solo renziani) si sono adattati al nuovo copione, i cordoni della borsa hanno recuperato flessibilità. I rinnovi contrattuali sono un diritto, non un regalo, dunque non sono paragonabili alle scarpe di Lauro, ma anche in questo caso solo i prossimi mesi e anni ci daranno i conti sicuri. Per esempio, non è del tutto chiaro come si farà a evitare che gli aumenti contrattuali annullino, per una parte degli statali, il bonus di 80 euro del 2014 (elezioni europee), e come sanare la differenza che così si aprirà tra i lavoratori pubblici e quelli privati.

Il nuovo welfare. Se la trattativa degli statali è stata contrassegnata dalle urgenze del governo, quella dei meccanici ha visto uno scatto dei protagonisti: le imprese, desiderose di voltar pagina e – per una parte – di potersi muovere meglio in quella che con una formula si chiama Industria 4.0; i sindacati, a partire da quel Landini tanto spesso descritto come un Signor No e che invece stavolta, come in altre occasioni importanti, ha firmato. Concentrandosi più sul suo ruolo di sindacalista che su quello, pur in parte ricoperto, di esponente della sinistra del No (alla riforma costituzionale). Nel merito, nell’uno e nell’altro contratto c’è una novità importante: si dà una parte del salario in welfare, cioè in sanità e previdenza integrativa. Non si tratta per ora di grandi somme, ma è una novità molto forte, per l’assetto del welfare italiano. 

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