Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

referendum

Alitalia, così la nazionalizzazione si è trasformata in tabù

Giovedì, 27 Aprile 2017

Articolo scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Separare il mercato dalla politica, nella vicenda Alitalia, è impossibile oggi come sempre nella sua storia. Dunque è irresistibile la tentazione di leggere il No al referendum sull’accordo come una manifestazione dell’onda politica globale, ossia la coda lunga dei tanti No che vincono, dalla rivolta trumpiana negli Usa all’affermazione di Le Pen in Francia, mettendoci dentro magari anche il No al referendum di Renzi. Irresistibile, in parte fondata, ma anche pericolosa: meglio distinguere e analizzare bene il merito delle questioni, cioè fare esattamente il contrario di coloro che sguazzano in quest’onda.

In effetti, nel No che ha aperto le porte all’ultimo atto della compagnia di bandiera c’è molto di quello che genericamente si chiama populismo e che sarebbe meglio definire protesta: un voto che è prima di tutto un gigantesco benservito all’élite che lo propone, che siano primi ministri, manager o sindacalisti. Non ci fidiamo di voi, e ve lo diciamo a costo di farci del male (non lo sapevano, i poveri elettori di Trump, che per prima cosa il loro beniamino avrebbe ridotto le tasse ai ricchi?). E i dipendenti di Alitalia rischiano di farsi veramente male. E c’è l’insipienza delle élite stesse, nel rinviare i problemi o gestirli male finché questi non presentano il conto (storico il tweet di Renzi del 4 giugno 2015: «Vola Alitalia, viva l’Italia»).

Quanto ha pesato la disoccupazione sul voto

Martedì, 06 Dicembre 2016

Due isolette del sì nella marea del no. La mappa di Roma, con le circoscrizioni del centro e dei Parioli baluardo altoborghese del Partito democratico (Pd), assediate dalla valanga dei quartieri dell’ex ceto medio, delle periferie sconfinate, delle zone declinanti come di quelle emergenti, insomma del resto del mondo, potrebbe essere una premessa fin troppo scontata al capitolo più dolente che il risultato del referendum apre per il Pd: la questione sociale, prima ancora che la ragione sociale, della sinistra. “Torna il problema delle periferie per il Pd”, dice l’Istituto Cattaneoguardando ai dati di Bologna.

Perché le borse non piangono per Renzi

Martedì, 06 Dicembre 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

 Meno 0,21. Tra i quasi venti punti di differenza che tra i No e i Sì che hanno prepensionato il governo Renzi e la percentuale da prefisso telefonico delle perdite della Borsa di Milano c’è un abisso. Lo stesso che separa le previsioni allarmistiche della vigilia sulle conseguenze finanziarie di una eventuale sconfitta dei Sì dalla calma piatta che ha caratterizzato tutti quegli indicatori ai quali solitamente si dà peso: primo tra tutti, quello dello spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi, che ha aperto il lunedì del dopo-voto con un piccolo sussulto (dai 161 punti base di venerdì a 172) per poi ridimensionarsi,  a fine giornata, attorno ai 166 punti. Il che non vuol dire che possiamo dormire sonni tranquilli: solo che, oggi come alla vigilia del voto, a preoccupare sono alcuni nodi irrisolti dell’economia pubblica e privata italiana, più che l’impatto politico del referendum.

La partita vera dell'economia comincia dopo il voto

Domenica, 04 Dicembre 2016

Articolo scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Lunedì mattina, a risultato elettorale ormai acquisito, il primo test verrà dall’apertura dei mercati. Ma il secondo, ben più importante della prevedibile giostra degli indici, verrà dalla riunione dell’eurogruppo, nella quale tutti gli occhi saranno puntati sul ministro dell’economia Piercarlo Padoan. La riunione, convocata da tempo – e appositamente rinviata al dopo-voto – è dedicata al giudizio della manovra economica italiana, sulla quale gravano molti sospetti e preoccupazioni, tutti sospesi per la volontà delle istituzioni europee di non influenzare più di tanto il voto italiano. Ciononostante, l’Europa e il giudizio dei mercati sono stati il convitato di pietra di tutta la campagna elettorale, e saranno attori decisivi anche del dopo referendum. Quando i nodi verranno al pettine e, ancora una volta, avranno tre titoli fondamentali: debito, banche e crescita.

Statali e meccanici, contratti alla vigilia del voto

Venerdì, 02 Dicembre 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Nell’ondata di numeri che ci sommergerà da domenica sera in poi, teniamo a mente questo, che si può già scrivere: 4,9 milioni. È la somma dei lavoratori statali e metalmeccanici: 3,3 milioni i primi, circa 1,6 i secondi, tutti interessati, nel giro di pochissimi giorni, dal rinnovo del rispettivo contratto nazionale di lavoro. 92 euro l’aumento medio dei metalmeccanici, 85 quello degli statali. In poche ore, sono giunte a conclusione vicende lunghissime, trattative che duravano da mesi che hanno rinnovato accordi congelati da anni. Non è una cosa da poco, né una vicenda schematizzabile nella logica binaria sì/no che ormai caratterizza (speriamo ancora per poco) tutte le nostre giornate, dalla lettura dei giornali alle chiacchiere al bar a quelle sui social network. Si tratta della busta paga di fine mese di milioni di persone e famiglie, dunque merita una riflessione che va al di là della contingenza politica referendaria. Anche se non si può non partire da questa, che ha sicuramente aiutato lo sblocco dei contratti.

I mercati non votano

Mercoledì, 23 Novembre 2016

I mercati non si sono spaventati per la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti ma temono come la peste il fatto che in Italia la costituzione resti così com’è. Questa è la situazione, stando ai commenti, alle previsioni, alle analisi autorevoli sui mezzi d’informazione, alle voci sui mercati e anche al senso comune di tanti risparmiatori in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre.

Se vince il no – l’ha scritto fuori dai denti il seguitissimo Wolfgang Munchau sul Financial Times, e in modo più blando il Wall Street Journal – si apre la giostra, parte un processo che può portare alla caduta del governo Renzi e, essendo l’Italia l’anello debole di una catena dell’euro già sgangherata, tutto può succedere.

Un azzardo giocare con i mercati

Mercoledì, 16 Novembre 2016

Commento pubblicato il 16 novembre dai quotidiani locali del gruppo Espresso

L’azzardo in politica può essere una virtù, ma se si combina con quel casinò planetario che sono i mercati finanziari può rovesciarsi nel suo opposto e comportare guai seri. Con l’avvicinarsi della scadenza referendaria, va montando la preoccupazione sugli effetti possibili del voto sui mercati e in particolare su quell’indicatore che, oltre a far variare il peso e la sostenibilità del nostro debito pubblico, ha già segnato morte e vita di diversi governi: lo spread. Ossia il differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato tedeschi e quello dei bond italiani, in sostanza quel che i governi pagano ai mercati per compensare “il rischio Paese”. Da qualche tempo quest’indicatore ha ripreso a salire, per cause diverse tra le quali c’è anche, ma non solo, la prossima scadenza elettorale. E ieri il premier Renzi ha deciso di impugnarlo come un’arma, commentando così i dati positivi sull’andamento del Pil: «Con le riforme sale il Pil, senza riforme sale lo spread. Avanti tutta, l’Italia ha diritto al futuro”.

Referendum trivelle, vale tanto la scalata al quorum

Venerdì, 15 Aprile 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

La prima vetta è anche la più alta. 1974, referendum sul divorzio: partecipazione all’87,72 per cento. La penultima è la più bassa: 2009, referendum sulla legge elettorale Calderoli (quella definita come «una porcata» dal suo autore): 23,4 per cento. Una discesa lenta, a tratti ardita, con qualche risalita: come quella sorprendente del 2011, nel referendum detto “sui beni comuni” (acqua, nucleare, legittimo impedimento), che superò il quorum con una partecipazione del 54,8%.

Grecia, a chi tocca la mossa del cavallo?

Martedì, 07 Luglio 2015

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso (Finegil)

Una vittoria di Pirro per la Grecia o l’inizio di una fase nuova per l’Europa? Il giorno dopo lo storico No dei greci al referendum, le due opzioni restano aperte. Come le “porte della discussione”, per citare la frase con la quale ieri sera Hollande e Merkel hanno concluso il loro vertice e una giornata caratterizzata da una trepida attesa. Una piccolissima apertura. Apparentemente la palla torna nel campo greco: sta a loro, all’eurogruppo di oggi, fare un’altra proposta. Ma nella sostanza la partita la deciderà il campo dei creditori e delle istituzioni europee: il che vuol dire, fuori da ipocrisie di facciata, la Germania e la Bce, che detiene i cordoni della borsa, e ieri sera li ha stretti ulteriormente. Sta a loro decidere se tenere il punto oppure voltare pagina. Tenere il punto significa ribadire che le regole europee non consentono niente di più di quel che è stato offerto finora, e dunque se la Grecia non accetta l’austerità così come dettata dai suoi creditori, non starà più neanche nell’eurozona. Voltare pagina, vorrebbe dire declinare concretamente il mantra che da qualche mese a parole tutti sostengono: l’Europa ha bisogno, subito, di crescita e non di austerità. Gli ostacoli, all’una e all’altra soluzione, sono giuridici, economici, ma soprattutto politici.

Tutti, tranne la Grecia

Domenica, 28 Giugno 2015

Commento pubblicato sui quotidiani locali Finegil (gruppo Espresso)

Nell’era della massima personalizzazione della politica, sono mancati proprio loro: i leader. Quelli capaci di decidere, di svoltare, di imprimere un colpo d’ala e uscire da una trappola in cui giorno dopo giorno il governo greco e “le istituzioni” - i suoi creditori - si sono cacciati.

Beni pubblici nell'urna

Venerdì, 08 Luglio 2011

Hanno vinto i beni comuni, è stato il commento ricorrente dopo la inattesa e straordinaria vittoria della partecipazione e dei “sì” ai referendum di giugno. Ed è vero, ma non è tutto. Perché che l'acqua e la tutela dell'ambiente siano beni comuni forse era opinione corrente anche prima, anche nei due decenni appena trascorsi e forse conclusi in quei due giorni di giugno. Che hanno dato semmai una risposta diversa alla domanda: se i beni sono comuni, chi se ne deve occupare? Il pubblico o il privato, lo Stato o il mercato?

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