Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Tra le quinte del jobs act si gioca una partita a tre

Mercoledì, 15 Marzo 2017

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso

La decisione del consiglio dei ministri che ha fissato al 28 maggio il voto sui referendum sul lavoro ha ufficialmente aperto la campagna elettorale. La Cgil, organizzazione promotrice del referendum e animatrice unica ed esclusiva della campagna, fa rombare i motori e si gioca molto, in una partita che è cominciata con la raccolta di 3 milioni e 300mila firme “contro il jobs act”. Da allora, molto è cambiato nel panorama politico: è finita l’era del renzismo trionfante; il partito democratico ha subìto una scissione; la Corte costituzionale ha ridotto la carica simbolica del pacchetto referendario, bocciando il quesito sull’articolo 18; mentre il parlamento ha avviato la revisione delle norme sui voucher, altro obiettivo della demolizione referendaria – insieme all’ultimo quesito, la cui approvazione allargherebbe le tutele per i lavoratori in subappalto.

I voucher – i buoni per pagare il lavoro accessorio, quelli che in gergo sono chiamati i “mini-lavori” – non sono stati introdotti dal jobs act, ma la loro prima formulazione risale al 2003. Varie norme ne hanno man mano esteso l’uso, finché i decreti attuativi del jobs act non hanno recepito tutte le modifiche che si sono accumulate, legittimando la loro estensione ben oltre l’ambito nel quale erano nati, e alzando il tetto del compenso annuale a 7000 euro. Dovevano essere strumenti di emersione del nero, ma la loro crescita esponenziale mostra che in molti settori i voucher sono diventati un modo “ordinario” per pagare il lavoro, così rendendolo sempre più precario. La proposta di modifica all’esame del parlamento ne riduce l’uso, limitandolo alle famiglie e alle imprese individuali senza dipendenti. La Cgil non accetta questo compromesso: l’unico modo per riportare i voucher alla loro funzione fisiologica, dice l’organizzazione guidata da Susanna Camusso, è quello di consentirli solo per i servizi alle famiglie e solo per pagare studenti, pensionati o disoccupati di lunga durata. Dunque, no all’uso nei voucher nelle ditte individuali – il barista che assume un aiuto per i picchi stagionali, l’oste che ha bisogno di una persona in più ai tavoli solo la domenica, per fare due esempi: le imprese senza dipendenti, dice la Cgil, sono ben il 70 per cento del totale, dunque la revisione del parlamento non basta perché lascia aperte le porte dei buoni-lavoro in un ambito troppo ampio.

 Fin qui il merito. Sul quale si gioca una partita politica a tre: il governo, che potrebbe tentare di evitare il referendum, recependo in un decreto legge la limitazione dei voucher su cui sta lavorando il parlamento; la Cgil, che pare intenzionata a tenere duro sulla sua posizione; e il parlamento, che dovrà nel caso recepire il decreto del governo. In quest’occasione sarebbero determinanti i voti della nuova formazione dei fuoriusciti dal Pd, che però difficilmente potrebbero – come primo atto – “salvare” il governo contro il parere della Cgil; dunque il decreto rischierebbe di non passare, o di battezzare la formazione di una nuova maggioranza allargata. Resta da capire però se sia gli scissionisti del Pd che la Cgil sono pronti a sacrificarsi totalmente a una causa referendaria non popolarissima (soprattutto dopo che il governo ha fatto un tentativo di mediazione)  e rischiosa. Non a caso Susanna Camusso ha chiesto subito l’accorpamento del voto con quello delle amministrative. L’accorpamento sarebbe sensato, per il relativo risparmio di spese; ma, soprattutto, aiuterebbe il sindacato nella difficile impresa di raggiungere il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto. Se invece la revisione dei voucher passerà in parlamento – con qualsiasi maggioranza – sarà infine la Cassazione a dire l’ultima parola, decidendo se basta o no per annullare il relativo referendum: nel qual caso, saremo chiamati alle urne solo per decidere sulla revisione della normativa dei subappalti. Un po’ poco, per un Paese nel quale, negli ultimi tempi, sono andati deserti referendum su temi ben più conosciuti.

 

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