Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Trump, Xi Jinping e il trilemma di Rodrik

Lunedì, 23 Gennaio 2017

 Commento pubblicato dai quotidiani locali del gruppo Espresso il 22 gennaio 2017 

Nello stesso giorno nel quale si è insediato alla Casa Bianca il presidente degli Stati Uniti Donald Trump invocando il protezionismo per tornare a far grande la sua America, il governo cinese ha fatto sapere che nel 2016 la sua economia è cresciuta del 6,7 per cento. Un eloquente viatico, che segue il discorso pro-globalizzazione con il quale il premier cinese Xi Jinping ha conquistato i cuori dei miliardari di Davos e altri eventi rilevanti della settimana: la scelta del governo inglese di spingere per una uscita “dura” dall’Unione Europea, e la stessa partita che si sta giocando sul mercato delle automobili mondiale, che ha a che vedere con il rispetto delle regole ambientali ma è anche una guerra commerciale.

Sembra una settimana perfetta per dimostrare il cosiddetto “trilemma di Rodrik”. Dani Rodrik è un economista molto conosciuto e stimato dell’università di Harvard. Il problema mondiale, sostiene, ha tre corni: globalizzazione, democrazia e sovranità nazionale. Averle contemporaneamente tutte e tre non è possibile. «Al massimo, potremmo avere due di queste tre alternative. Se desideriamo avere iperglobalizzazione e democrazia dovremo rinunciare allo Stato nazionale. Se invece dobbiamo mantenere lo Stato nazionale e desideriamo l’iperglobalizzazione, dovremo dimenticarci in tal caso la democrazia» (La globalizzazione intelligente, Laterza 2011). Donald Trump, Teresa May e Xi Jinping hanno quasi messo in scena il trilemma. Con la Cina non democratica e sovrana che si schiera per la globalizzazione; gli Stati Uniti che democraticamente (stante il sistema elettorale americano, ma questo è un altro discorso) scelgono un politico che tuona contro la globalizzazione per recuperare sovranità e “rifare l’America grande”; la Gran Bretagna che fugge dall’Unione Europea con la stessa vocazione nostalgica, quella di difendere le frontiere commerciali e fisiche e tornare grandi come ai tempi dell’impero.

Tutti gli attori portano sulla scena molti trucchi. Per esempio, mister Xi tende a vedere la libertà di commercio mondiale come sconfinata libertà della Cina di vendere, un po’ meno come attitudine dei cinesi a comprare merci estere. Ma questo è un problema comune a molti dei politici occidentali che hanno cavalcato il profondo malessere sociale e hanno scelto la strada no-global: sognare di chiudere i rubinetti dell’import tenendo aperti quelli dell’export. Un’illusione, che potrebbe costare cara a Paesi come l’Italia, che ha registrato un avanzo commerciale di 45,8 miliardi a novembre 2016, quasi 10 miliardi in più che nel 2015. E le due voci principali della crescita sono a rischio: le vendite di auto negli Stati Uniti e l’est asiatico. Anche negli stessi Stati Uniti, nelle contee piagata dalla disoccupazione industriale che si sono affidate a Trump, il vantaggio di qualche manciata di posti di lavoro (annunciate dalle multinazionali più per ingraziarsi il nuovo potere e trattare che per una vera svolta industriale) potrà essere annullato dal rincaro di prodotti importati, per non parlare di altri mutamenti come la riduzione del welfare e l’aumento del debito pubblico.

Resta il fatto che i motivi dello scontento che hanno portato al potere Trump e May e potrebbero cambiare la faccia politica dell’Europa quest’anno sono reali e drammatici. E pare dimostrarsi che per le democrazie è impossibile mantenersi “fedeli” alla globalizzazione, esaltata in via teorica senza tener conto dei contesti sociali, delle differenze tra Paesi e tra popoli, degli squilibri commerciali che possono danneggiare intere aree – come succede in Europa per il surplus tedesco. Lo stesso Rodrik ha scritto che “se i demagoghi che fanno dichiarazioni assurde sull’argomento oggi vengono ascoltati, e negli Usa e altrove vanno addirittura al potere, almeno una parte della colpa va attribuita ai sostenitori solo teorici del commercio”.  Resta da vedere se, nelle democrazie antiche e tra queste soprattutto quelle europee, si deciderà di scegliere il pragmatismo per difendere il libero commercio. Se come si diceva per il socialismo reale, sarà possibile “una globalizzazione dal volto umano”. O se dovremo assistere a un “bullismo” tra Stati che non potrà portarci molto lontano.

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