Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Tsipras à la carte

Martedì, 22 Settembre 2015

Articolo pubblicato il 22 settembre sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Al liceo classico, in numero sempre più piccolo, una minoranza di adolescenti italiani ancora si esercita sui modelli greci: prototipi di lingua, di democrazia, di poesia, di arte. Nella nostra politica corrente, per qualche tempo è andato di moda un altro tipo di “modello greco”: quello da non seguire – il tipo che trucca i numeri, che spende più di quanto guadagna, che si fa fischiare falli da espulsione, che non sta ai patti. Poi, da quando è entrato sulla scena Tsipras, il modello negativo è diventato positivo per una parte della sinistra: la rivincita dei poveri, il popolo contro le banche, la democrazia contro i mercati, l’orgoglio nazionale. Diventato un’icona della sinistra anti-austerity, nel giro di poche ore poi il modello-Tsipras si è trasformato nel suo opposto, in una notte di luglio: quello che firma gli accordi, governativo, realista, attento alle compatibilità.

E’ stato riportato nell’ovile delle socialdemocrazie europee, che hanno ricominciato ad apprezzarlo man mano che la sinistra estrema lo sbianchettava dal suo pantheon, financo attaccandone l’affaticamento fisico (“Trippas”, si leggeva nell’estate sui social). Poi con il voto di domenica, ribaltone e controribaltone: l’imprevedibile scelta di tornare alle urne, e l’ancora più imprevedibile vittoria, sia pur a prezzo di un astensionismo impressionante. Non ha votato quasi la metà dell’elettorato, nella culla della democrazia. Ma quelli che hanno votato, hanno ridato fiducia, senza se e senza ma, ad Alexis Tsipras.

Già, ma a quale Tsipras? Per quali politiche? I leader socialdemocratici europei, e in Italia Renzi, si sono congratulati col vincitore, cercando nel nuovo menù greco à la carte conferma delle proprie pietanze preferite: nell’area dell’euro si fa la politica dell’euro, cioè rigore e austerità, non c’è voto che tenga, e il successo popolare dello stesso Tsipras che si è piegato alla “legge Merkel” conferma che questa è l’unica strada da seguire. E in effetti alla possibilità di perseguire una strada alternativa gli eredi delle socialdemocrazie europee hanno rinunciato da tempo. Tant’è che quando è esplosa la crisi più grave “hanno fatto i salvataggi delle banche invece di nazionalizzarle. Hanno imposto l’austerity. Non hanno avuto niente di originale da dire” (così ha scritto ieri il famoso analista economico Wolfgang Munchau sul Financial Times, non un estremista su una rivistina marxista). Di conseguenza, i leader del centrosinistra europeo si sono allineati al centrodestra nel ricondurre all’ordine i greci disobbedienti. Normale che plaudano a Tsipras, quando diventa obbediente. Ma dovremmo tutti notare alcuni fatti, nel voto greco. Intanto, che c’è stato: in altri paesi, a partire dal nostro, in passaggi cruciali e drammatici si è fatto ricorso a governi tecnici o “strani” o di grande coalizione, senza chiedere al popolo cosa ne pensasse. In secondo luogo, il fatto che Tsipras non ha presentato come un suo successo le politiche che dovrà fare per rispettare il volere dei creditori e non far chiudere i rubinetti della liquidità. Sembrerà strano per un politico, ma ha detto la verità. E a quanto pare, è stato premiato anche per questo, oltre che per la sua estraneità al vecchio mondo corrotto della politica nazionale. Terzo fatto, i greci non vogliono uscire dall’euro. Il partito scissionista di Unità popolare, benedetto dall’ex star Varoufakis, ha perso clamorosamente: così è sparito un altro piatto della “Grecia à la carte”, molto gradito in alcuni pezzi della sinistra radicale italiana.

Allora, più che altalenare, come un pendolo impazzito, tra due opposte sindromi (“non facciamo come la Grecia”, oppure “facciamo come la Grecia”), sarebbe più sano prendere atto che noi tutti “siamo” la Grecia: alle prese con una crisi economica e finanziaria che non si è ancora risolta, con regole europee che destra e sinistra hanno accettato ma che non funzionano tanto bene, con la sofferenza degli strati più bassi ed esclusi della popolazione. Ieri molti governanti socialdemocratici (o loro eredi) hanno mandato gli auguri al nuovo Tsipras. Potrebbero, alla prima occasione di un vertice europeo, trasformare le parole in fatti, e sedersi dalla stessa parte del tavolo del premier greco.  

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