Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Tv pubblica e compensi da spiegare

Mercoledì, 27 Luglio 2016

Commento scritto per i giornali locali del gruppo Espresso

Non può far piacere a nessuno dei contribuenti italiani sapere, in piena stagione di tasse e canone, che una parte di quella cifra che sarà chiamato a pagare con la bolletta elettrica di luglio va in stipendi molto alti destinati a persone che non svolgono più il lavoro per il quale quel compenso era stato pattuito. Di tutta la polvere smossa da quando si è sollevato il tappeto che per anni ha coperto la tv pubblica italiana, con l’operazione trasparenza sugli stipendi superiori ai 200mila euro, questa è la parte più tossica: la quota degli “ex”, messi a riposo per motivi spesso professionali, ma più spesso interni, di potere, di avvicendamenti, ma rimasti a remunerazione piena. E infatti molti commenti si sono concentrati su queste posizioni personali. Ma la prima responsabilità, in ogni azienda che si rispetti, è dei vertici aziendali stessi: che dovrebbero trovare un modo per impiegare gli “ex”, o, se impossibilitati a farlo, trovare una via d’uscita.

Ma come in tutti gli scandali c’è il rischio che il polverone finisca per confondere le questioni, e poi lasciare le cose come stavano, ricoprendole come un nuovo tappeto. Invece sulla questione degli stipendi d’oro Rai c’è molto da riflettere, anche al di là della specifica vicenda della televisione pubblica. Quasi tutti i partiti i cui esponenti oggi si indignano - quasi: il Movimento Cinque Stelle, se non altro per motivi anagrafici, non ha partecipato al banchetto - sono conniventi nella situazione che si è creata, su molti di quei contratti firmati (e su tanti non firmati, per ritorsione o espulsione) c’è la loro impronta.

Oggi, cercano di lavarsi le mani del pregresso, per poi affermare che adesso la legge è quella del mercato, e dunque per tutti, dai responsabili aziendali ai direttori agli artisti ingaggiati (ma per questi senza obbligo di trasparenza) le remunerazioni devono essere viste in confronto a quelle del settore privato, con il quale il “servizio pubblico” deve competere ad armi pari.

Con questo, si chiamano in causa due grandi questioni. La prima è sulla stessa definizione di servizio pubblico: che certo non si può qualificare per il fatto che paga i suoi dirigenti meno di quelli dei media privati, ma deve comunque giustificare in qualche modo la sua esistenza, e la sua peculiarità, tanto più se usa i soldi del canone anche per strappare le “stelle” al mercato. La seconda è sulla definizione del “mercato”: quale? Quello italiano? Quello europeo? Quello mondiale? Quello della sola tv, o dei media in generale, dalla carta a internet?

Una volta regolate le posizioni degli ex e definito il mercato che fa le retribuzioni, sorge poi la domanda delle domande: ma quanto sono giustificate le paghe di chi dirige, organizza, decide? La crisi del 2008 ha rivelato, e la critica economica ha denunciato, la crescente ineguaglianza della parte ricca del mondo. Negli ultimi tempi, questa è stata generata proprio dalla fuga in avanti dei redditi da lavoro di quello che viene chiamato “il top 1%”. Sono nate discussioni su questo fenomeno, in alcuni casi diventate oggetto di referendum, o di iniziative legislative, in alcuni Paesi europei come in Israele, soprattutto per gli stipendi dei banchieri.

Molti economisti hanno fatto notare che il progressivo aumento della forbice tra il top manager e la media dei suoi dipendenti non è affatto collegato a motivi di produttività, o di valore del tempo o irripetibilità della prestazione. Nell’economia delle superstar, è più facile “giustificare” il compenso pagato dalla Juve per Higuain che non quello che i grandi manager delle multinazionali si auto-assegnano. Ma ancora più difficile sarebbe giustificare i compensi stellari e le liquidazioni del top management di società e banche che hanno lasciato i conti in situazioni peggiori di quelle in cui li hanno trovati.

Eppure, la questione della distanza crescente tra il top e la base del lavoro da noi non fa problema. In Italia, la questione della diseguaglianza dei redditi è vissuta come un’ingiustizia bruciante solo quando questi riguardano la casta della politica, o le caste connesse. Non che non ce ne sia ragione, se si pensa che da noi un presidente di regione può arrivare a guadagnare quanto Obama. Eppure, se si parla di redditi bisognerebbe guardarli tutti, e pretendere trasparenza da tutti. Anche nel settore privato.

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