Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Un azzardo giocare con i mercati

Mercoledì, 16 Novembre 2016

Commento pubblicato il 16 novembre dai quotidiani locali del gruppo Espresso

L’azzardo in politica può essere una virtù, ma se si combina con quel casinò planetario che sono i mercati finanziari può rovesciarsi nel suo opposto e comportare guai seri. Con l’avvicinarsi della scadenza referendaria, va montando la preoccupazione sugli effetti possibili del voto sui mercati e in particolare su quell’indicatore che, oltre a far variare il peso e la sostenibilità del nostro debito pubblico, ha già segnato morte e vita di diversi governi: lo spread. Ossia il differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato tedeschi e quello dei bond italiani, in sostanza quel che i governi pagano ai mercati per compensare “il rischio Paese”. Da qualche tempo quest’indicatore ha ripreso a salire, per cause diverse tra le quali c’è anche, ma non solo, la prossima scadenza elettorale. E ieri il premier Renzi ha deciso di impugnarlo come un’arma, commentando così i dati positivi sull’andamento del Pil: «Con le riforme sale il Pil, senza riforme sale lo spread. Avanti tutta, l’Italia ha diritto al futuro”.

Con il suo tweet-slogan, Matteo Renzi  dà un messaggio positivo e uno negativo: attribuisce alle sue riforme passate il merito dell’aumento del prodotto, e paventa un’impennata dello spread in caso di blocco delle riforme future. Esplicitando così quello che in molti ambienti si sussurra o si dice esplicitamente: un rischio di panico dei mercati dopo il referendum in caso di sconfitta dei Sì e dell’avvio di una nuova fase di instabilità dell’Italia, tanto più in un momento di crisi europea (Brexit), di sconquasso internazionale (Trump) e di irrisolti nodi locali (banche). Se così fosse, non ci sarebbe da stare tranquilli sulle sorti della nostra economia né della nostra democrazia, visto che si dovrebbe andare a votare, invece che sul merito delle riforme, sotto il ricatto dei mercati. Ma stanno davvero così le cose?

Guardando alla realtà prima che al suo specchio finanziario, va detto che i dati dell’Istat di ieri sul terzo trimestre dell’anno e la correzione della previsione fatta per il primo trimestre (evitiamo i complottismi: sono operazioni normali in statistica) non cambiano di molto quel che già sapevamo. In Italia è in atto una ripresa rachitica, stanca e confinata in alcune zone del Paese. Può far piacere sapere che il Pil di quest’anno è più vicino allo 0,8 che allo 0,7%, ma è stato proprio l’attuale premier a dire di non entusiasmarsi per gli “zero virgola”. Siamo ancora molto lontani dai livelli pre-crisi. Per il governo è comunque la prova – per quanto minima – che siamo sulla strada giusta, ed è suo diritto sostenerlo a gran voce, anche nel braccio di ferro con l’Unione Europea circa la “promozione” della manovra finanziaria per il 2017, in gran parte fondata su nuovo debito, che ieri si è arricchito di una nuova puntata, con il veto italiano al bilancio Ue. Anche se sarebbe bene “giocarsi” queste partite pensando più al futuro, e non al tornaconto immediato delle nuove spese che con l’aumento del deficit si andranno a finanziare.

Ma quando si arriva allo spread si gioca col fuoco. In poche ore, come ci hanno insegnato diverse vicende passate e in particolare l’estate del 2011, si può annullare il vantaggio conquistato in mesi e anni sul risparmio del servizio del debito pubblico, insomma sulla spesa per interessi. I mercati scommettono sulle aspettative, e già sono un po’ irrazionali di per sé (come hanno dimostrato fior di Nobel), figuriamoci poi quando ci si mette una combinazione di eventi da “tempesta perfetta”, come la Brexit, il voto Usa, e l’attesa per una inversione della politica monetaria espansiva di Draghi.  A tutto ciò si aggiunge anche il referendum in Italia, anello debole della catena Ue: ma –  attenzione – non per la sorte delle riforme costituzionali, quanto per le preoccupazioni sulla stabilità. Aver strettamente legato il sì alle riforme con la sopravvivenza del governo (insomma aver personalizzato la campagna) ha accentuato questi timori e dato legna per il fuoco della speculazione. Per ora non arde, dato che c’è ben altro a cui pensare: ma nelle prossime settimane, chissà. Le dichiarazioni di ieri non aiutano. Ma dalla Banca d’Italia sono arrivate indicazioni rassicuranti, nel tentativo di separare i destini del Sì da quelli dello spread. E la Spagna, da mesi senza governo, gode in questo momento di uno spread molto inferiore al nostro. Questo non vuol dire che non c’è alcun problema, ma che con un po’ di sangue freddo, e mettendo i pericoli reali e quelli presunti nelle giuste proporzioni, forse davvero possiamo tutti salvaguardare “il diritto al futuro”. E soprattutto votare per convinzione, per il Sì o per il No, e non per paura.

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