Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Una rete piena di buchi

Martedì, 12 Maggio 2009

Il paziente zero, s'è materializzato in Toscana. E l'assessore Rossi deve aver tirato un bel sospiro di sollievo, perché la Regione aveva appena approvato il Piano pandemico regionale: nel dicembre 2008, pochi mesi prima che sbarcasse a Massa la nuova influenza. Che per ora sembra blanda, ma proprio per questo appare come un test del Piano pandemico nazionale, quello che dovrebbe salvarci la vita quando arriverà, se arriverà, la Big One. Un piano sbandierato in questi giorni come di ferro, ma che, a ben guardare, fa acqua da tutte le parti. Innanzitutto perché Sicilia, Calabria, Basilicata, Campania, Abruzzo, Piemonte e Friuli Venezia Giulia devono ancora approvare i Piani e i relativi aspetti operativi e organizzativi: per ora non se n'è accorto nessuno, ma in momenti di emergenza, quando il risparmio di poche ore di tempo può fare la differenza, sono dettagli che possono far impazzire la rete di monitoraggio.

 

Rete che è stata messa alla prova già alle frontiere. Dopo la conferma del primo caso italiano, il ministero della Salute ha emanato una circolare per i suoi 32 uffici dislocati in porti e aeroporti, chiedendo di attivare i 'percorsi sanitari differenziati' per le persone provenienti direttamente o indirettamente dal Messico. Fino ad allora, a tutti i passeggeri da quelle zone era stato dato un dépliant che diceva più o meno: se avete febbre o tosse, andate dal medico. Altra cosa è prevedere i canali sanitari, ossia uscite dedicate, con personale sanitario che fa una breve visita-interrogazione ai passeggeri. È una procedura prevista sulla carta in Italia dai tempi dell'aviaria, praticabile solo a Fiumicino e a Malpensa, ma che non è mai stata attuata. Così come solo il 30 aprile è arrivato l'invito a chiudersi in casa per sette giorni dopo essere tornati dal Messico. Disattenzioni strane, per un paese che per la paura dell'influenza ha speso in farmaci più di tutti gli altri (in rapporto alla popolazione): con 40 milioni di dosi di antivirali acquistate sull'onda della paura per l'aviaria, siamo i primi al mondo in Tamiflu pro capite. E adesso le case farmaceutiche premono perché i governi ne comprino ancora. "Comprarne altro non avrebbe senso, ce n'è quanto basta per curare 4 milioni di persone. Già allora io non ne avrei comprato neanche un grammo", dice Donato Greco, epidemiologo dell'Istituto superiore di sanità, all'epoca dell'aviaria e della Sars direttore generale della Prevenzione sanitaria, molto più favorevole alla spesa nel vaccino: "Che per questo virus è a portata di mano, ma per le case farmaceutiche non è un big business". Senza contare quell'altro non business che è la diffusione di comportamenti di salute pubblica: lavarsi molto spesso le mani, coprirsi naso e bocca quando si starnutisce o si tossisce, usare fazzoletti di carta, stare a casa quando si ha l'influenza. A uno studio in merito di Tom Jefferson, epidemiologo dell'Iss e della Cochrane Collaboration, il 'British Medical Journal' ha dato la copertina: vi si dimostra che gli interventi più efficaci contro la diffusione dei virus respiratori sono quelli di igiene pubblica, in casa e nei presidi sanitari.

(pubblicato su L'espresso - 08 maggio 2009)

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